JULIAN OF NORWICH, HER SHOWING OF LOVE AND ITS CONTEXTS ©1997-2024 JULIA BOLTON HOLLOWAY   || JULIAN OF NORWICH  || SHOWING OF LOVE || HER TEXTS || HER SELF || ABOUT HER TEXTS || BEFORE JULIAN || HER CONTEMPORARIES || AFTER JULIAN || JULIAN IN OUR TIME ||  ST BIRGITTA OF SWEDEN  ||  BIBLE AND WOMEN || EQUALLY IN GOD'S IMAGE  || MIRROR OF SAINTS || BENEDICTINISM || THE CLOISTER || ITS SCRIPTORIUM  || AMHERST MANUSCRIPT || PRAYER || CATALOGUE AND PORTFOLIO (HANDCRAFTS, BOOKS ) || BOOK REVIEWS || BIBLIOGRAPHY || Compare with http://www.florin.ms/ironchain.html || For the audiobook of this text see Woolman1.mp3, Woolman2.mp3, Woolman3.mp3, Woolman4.mp3  Traduzione in italiano: Gabriella Del Lungo Camiciotti


UNA SUPPLICA PER I POVERI,


O UNA PAROLA DI RICHIAMO E AMMONIMENTO AI RICCHI

 

JOHN WOOLMAN, QUACCHERO, 1720-1772

 

Capitolo primo

 

La ricchezza desiderata come fine a se stessa impedisce la crescita della virtù, e grandi proprietà nelle mani di persone egoiste hanno una cattiva tendenza, perché per loro mezzo solo un esiguo numero di persone vengono impiegate in cose utili; e quindi  essi, o alcuni di loro, debbono lavorare troppo duramente, mentre per altri, che desidererebbero un impiego per guadagnarsi il pane, non sono stati inventati che impieghi che servono solo a compiacere una mente vana.


L’affitto della terra è spesso così alto che coloro che hanno solo un piccolo patrimonio trovano difficile  prendere in affitto una piantagione;  mentre gli affittuari che sono sani e prosperi negli affari hanno spesso occasione di faticare più duramente di quanto abbia inteso il nostro grazioso Creatore.


Si vedono spesso al lavoro buoi e cavalli quando, per il calore e la troppa fatica, i loro occhi e la sensibilità del loro corpo manifesta che sono oppressi. Il carico dei carri è spesso così pesante che quando sono stanchi di trascinarli, i loro guidatori nel risalire colline o attraversare  pantani approfittano dell’occasione per ravvivarne lo spirito frustandoli perché avanzino. Molti poveri sono così immersi nelle loro occupazioni che trovano difficile provvedere un riparo adeguato ai loro animali nelle grandi tempeste.


Queste cose sono comuni quando sono in buona salute, ma, quando sono malati o inabili al lavoro per la perdita di creature o affari mal riusciti, molti sono al limite; e così la maggior parte dei loro guadagni va a pagare l’affitto annuale o interessi al punto che non hanno di che prendere in affitto quanto il loro caso richiederebbe. Per cui una donna povera nell’avere cura dei suoi figli, nel provvedere per la famiglia e  nell’aiutare I malati, lavora per quanto tempo sarebbe conveniente per due o tre persone; e gli onesti fanno fatica a dare una conveniente istruzione ai loro figli. Il denaro che I ricchi ricevono dai poveri, che fanno più di quanto loro dovuto per guadagnarlo, è spesso pagato ad altri poveri per fare un lavoro estraneo al all’uso vero delle cose.


Gli uomini che hanno grandi proprietà e vivono nello spirito di carità, che ispezionano con cura le condizioni di coloro che occupano le loro proprietà, essendo giusti per principio, fanno del bene ai poveri senza considerarlo un atto di generosità. Il loro esempio nell’evitare ogni cosa superflua tende a incoraggiare gli altri alla moderazione. La loro bontà nel non esigere ciò che la legge o le usanze darebbero lo diritto tende ad aprire il canale diretto alla fatica moderata in affari utili e a scoraggiare quei rami degli affari che non si fondano sulla vera saggezza.


Occuparsi di ciò che è solo vanità e serve solo a compiacere la mente instabile tende a formare un’alleanza con coloro che promuovono tale vanità ed è una trappola nella quale cadono molti commercianti poveri. È molto più conforme al carattere e all’inclinazione di un uomo onesto occuparsi di cose che abbiano connessione con la virtù.


Mentre le persone industriose e frugali sono oppressi dalla povertà e costretti a un eccesso di fatica in cose utili, il modo per utilizzare il denaro senza orgoglio e vanità rimane accessibile a coloro che veramente sono in sintonia con quelli che hanno varie difficoltà.

 

Capitolo secondo

 

Il creatore della terra ne è il proprietario. Ce la ha data, e la nostra natura richiede il nutrimento che ne è il prodotto. Poiché egli è mite e misericordioso, noi come sue creature, quando viviamo in modo conforme al progetto della nostra creazione, abbiamo diritto a una equa sussistenza della quale  nessuno può con diritto deprivarci. Per mezzo di accordi e contratti stipulati dai nostri padri e predecessori e per mezzo di nostre azioni e  procedure, alcuni reclamano una porzione di questo mondo maggiore di quella di altri, e se questi possedimenti sono veramente utilizzati per il bene comune, ciò è equo. Ma colui che per autoesaltazione fa sì che alcuni facciano faticare I loro animali domestici senza moderazione, e se con il denaro che ne ricava impiega altri nei lussi della vita, egli agisce in modo contrario al grazioso progetto  di colui che il vero proprietario della terra; e nessun possedimento,  nè acquisito né ereditato dagli antenati, giustifica tale condotta.


La bontà deve rimanere bontà, e l’inclinazione alla pura saggezza è obbligatotira per tutte le creature ragionevoli — che leggi e usanze non siano la misura dei nostri procedimenti se  non sono fondate sulla giustizia universale.


Sebbene i poveri occupino le nostre proprietà in base a un accordo al quale nelle loro misere condizioni hanno aderito, e se chiediamo anche meno di un puntuale adempimento dell’accordo, tuttavia, se  la nostra intenzione è quella di accumulare ricchezze o vivere secondo consuetudini che non sono fondate nella Verità, e se le nostre richieste sono tali da richiedere che essi debbano faticare e applicarsi alla loro occupazione più di quanto convenga all’ amore puro, in questo caso invadiamo il loro diritto di abitanti di quel mondo del quale è proprietario un Dio buono e caritatevole, del quale tutti siamo affittuari.


Se tutto ciò che è superfluo e il desiderio di grandezza esteriore fossero messi da parte e ci si attenesse universalmente al giusto utilizzo delle cose, un tale numero di persone potrebbero impiegarsi in cose utili cosicché una fatica moderata con la benedizione del cielo sarebbe sufficiente  per tutti i  buoni impieghi di uomini e animali e un numero sufficiente di persone avrebbero tempo libero per dedicarsi alle occupazioni proprie della società civile.

 

Capitolo Terzo

 

Mentre la nostra forza e il nostro spirito sono vivaci affrontiamo allegramente le nostre occupazioni.  Troppa azione o troppa poca risultano faticose, ma una giusta misura  è salutare per il nostro corpo e gradevole a una mente onesta.

Ove gli uomini possiedono grandi proprietà, essi si trovano in condizione di essere messi alla prova. Avere il potere di vivere senza difficoltà ciò che dà luogo a molta fatica e allo stesso tempo limitarsi a quell’uso delle cose prescritto dal nostro Redentore e confermato dal suo esempio e da quello di molti che vissero nella prima età della chiesa cristiana, cosicché potessero più facilmente dare rilievo a opere di carità — vivere in questo modo  per gli uomini che hanno grandi proprietà richiede  grande attenzione all’amore divino.


Il nostro grazioso Creatore si preoccupa e provvede per tutte le sue creature. La sua tenera misericordia si estende su tutte le sue opere; e nella missura in cui il suo amore influisce sulla nostra mente, in questa misura, noi ci interessiamo alla sua opera e desideriamo non perdere alcuna opportunità per alleviare il disagio degli afflitti e accrescere la felicità  della creazione. Quì abbiamo la prospettiva diell’interesse comune dal quale il nostro è inseparabile — cosicché volgere tutti i tesori che possediamo nel canale dell’amore universale diviene l’occupazione della nostra vita. Gli uomini di grandi mezzi i cui cuori si sono così allargati sono come padri per i poveri, e osservando i propri fratelli in difficoltà e considerando la loro più facile condizione, trovano spazio per una umile meditazione e avvertono la forza dell’ obbligazione cui sono enuti di essere gentili e teneri di cuore verso di essi.


I poveri allieviati del loro carico e liberati da una eccessiva applicazione al lavoro sono liberi di assoldare altri per  assisterli,  avere buona cura dei loro animali, e trovare il tempo per fare visita ai loro conoscenti come si conviene a una corretta vita sociale.

Quando questi riflettono sull’opportunità che quelli hanno avuto di opprimerli, e prendono in considerazione la bontà della loro condotta, allora  considerano ciò amorevole e  coerente con la fratellanza; e come l’uomo la cui mente è conforme all’amore universale ha fiducia in Dio e trova un saldo  motivo per resistere a ogni cambiamento e rivoluzione che avviene tra gli uomini, così anche la bontà della sua condotta  tende a diffondere una disposizione  gentile e benevola nel mondo.

 

Capitolo quarto

 

Il nostro santo Redentore nel darci indicazioni su come comportarci gli uni verso gli altri fa appello al nostro sentimento: “Come voi vorreste che  gli altri si comportassero con voi, così dovete comportarvi con loro” (Matteo 7,12). Ora quando taluni vivono nell’abbondanza sul lavoro degli altri, e non hanno loro stessi mai sperimentato il duro lavoro, vi è  spesso il pericolo che essi non avvertano correttamente la condizione del lavoratore, e siano quindi poco qualificati a dare giudizi veritieri verso di loro, non sapendo cosa essi stessi desiderebbero se dovessero lavorare duramente da un anno all’alttro per provvedersi del necessario alla vita e in più pagare alti affitti — per cui è bene che quelli che vivono nell’abbondanza si sforzino di avere tenerezza di cuore e accrescere le opportunità di conoscere le durezze e le fatiche di coloro che lavorano per guadagnarsi da vivere, e riflettano seriamente fra di loro: Sono io influenzato da vera carità nello stabilire tutte le mie esigenze? Forse che desidero mantenere abitudini dispendiose perché così vivono I miei conoscenti. Dovessi faticare come essi fanno per sostenere se stessi e I loro figli in una condizione simile alla mia, nel modo in cui essi e I loro figli lavorano per noi, non potrei cambiare, prima di accedere ad accodi di affitti o interessi, nominare alcuni costosi articoli attualmente usati da me e nella mia famiglia che non sono veramente necessari e la cui spesa potrebbe quindi essere diminuita? E non dovrei in tal caso fortemente desiderare di abbandonare quelle inutili spese, cosicché in quanto meno rispondono al loro modo di vita, I termini potrebbero essere più semplici per me?


Se un uomo ricco, dopo profonda riflessione, trova  nella sua coscienza la prova  che ci sono alcune spese cui si è abbandonato in quanto conformi alle usanze, le quali potrebbero essere omesse in accordo con un progetto di vita vero, e che vorrebbe fossero cessati se dovesse scambiare il proprio posto con coloro che occupano la sua proprietà — chiunque sia risvegliato al sentimento troverà del tutto obbligatoria l’ingiunzione:”Fai lo stesso verso di loro”. L’amore divino non impone comandamenti rigorosi e irragionevoli, ma con grazia indica lo spirito di fratellanza e la via per la felicità, per raggiungere la quale è necessario che ci spogliamo di tutto ciò che è egoistico.

 

Capitolo quinto

 

Affrontare una serie di difficoltà e languire sotto l’oppressione porta le persone a una certa conoscenza di queste. Per far rispettare il dovere della tenerezza verso I poveri, il Legislatore ispirato ricordò ai figli di israele la loro passata esperienza: “Conoscete il cuore di una straniero visto che siete stati stranieri nella terra di Egitto” (Ex.23,9). Colui che è stato straniero tra gente crudele o sotto il governo di coloro che hanno duro il cuore sa come ci si sente; ma una persona che non ha mai avvertito il peso del potere mal applicato non perviene a questa conoscenza se non per una intima tenerezza nella quale il cuore è preparato a simpatizzare con gli altri.


Possiamo riflettere sulla condizione di un uomo povero e innocente, il quale con la sua fatica contribuisce  a mantenere uno della sua specie più ricco di lui, sul quale il ricco per desiderio di ricchezza e lussi impone pesi gravosi. Quando il lavoratore considera le risorse del suo pesante carico e pensa che questa grande fatica e sforzo gli sono imposti per sostenere ciò che non ha fondamento nella vera saggezza, possiamo ben supporre che insorga un fastidio nella sua mente verso coloro che potrebbero senza il minimo disturbo comportarsi in modo più favorevole a lui. Quando considera che è per mezzo della sua operosità che una creatura a lui affine viene beneficiata, e vede che quest’uomo molto ricco non si soddisfa di essere mantenuto in modo semplice — ma per gratificare un desiderio sbagliato e per conformarsi a usanze sbagliate accrwsce all’estremo le fatiche di coloro che occupano la sua proprietà —  possiamo ragionevolmente giudicare che egli si considererà abusato.


Quando egli considera che le procedure dei ricchi sono gradite alle usanze dei tempi e non vede modo di raddrizzare questo mondo, come non dovrebbe l’intimo sospiro di una persona innocente ascendere fino al trono di quel grande, benevolo Essere che ci ha creati tutti e ha cura costante delle sue creature? Se consideriamo queste cose in modo veritiero possiamo farci un’idea della condizione degli innocenti oppressi dai ricchi. Ma colui che lavora duramente da un anno all’altro per fornire ad altri ricchezze e cose superflue, che fatica e pensa, e pensa e fatica, finchè per il carico eccessivo è stanco e oppresso, costui comprende il significato del detto: “Tu conosci il cuore di uno straniero, dato che sei stato straniero in terra d’Egitto.”


Se molti che oggi si concedono uno stile di vita che dà luogo  a più fatica nel mondo di quanta l’Infinità Bonta intenda per l’uomo, e tuttavia hanno compassione per quelli che sono in ristrettezze di cui si accorgono, se questi per un po’ scambiassero la loro situazione con quelli, se potessero acquisire con regolarità la conoscenza del cuore di uno straniero e pervenissero a una conoscenza che gli permettesse di sentire la difficle posizione e le durezze che molte povere, innocenti persone attraversano nel corso di una vita nascosta, oscura, se coloro che ora vivono sontuosamente ogni giorno dovessero rappresentare l’altra pearte della scena per sette volte, e ritornassero poi alla loro precedente situazione, credo che molti di loro abbraccerebbero un modo di vivere meno dispendioso e alleggerirebbero il pesante carico di alcuni che ora per mantenerli faticano da loro ignorati e affrontano ristrettezze di cui essi conoscono ben poco.


Vedere delle povere creature a noi simili sopportare difficoltà delle quali non siamo affatto  complici  tende a suscitare tenerezza nella mente di ogni persona ragionevole, ma se prendiamo in considerazione la condizione di coloro che sono oppressi per soddisfare le nostre esigenze, che lavorano lontano dalla nostra vista e sono spesso faticano per noi mentre noi passiamo il tempo nell’abbondanza, se considerassimo che molto meno di quello che esigiamo basterebbe a fornirci delle cose veramente necessarie, quale cuore non si intenerirebbe, o quale uomo ragionevole non si asterrebbe dal mitigare quel doloro di cui egli stesso è la causa quando potrebbe farlo senza incomodo? Concluderò con le parole del profeta Ezechiele (cap.34, verso 18) “Ti sembra...” etc. [poca cosa esserti divorato il pascolo del povero, ma devi calpestare  con i piedi quello che rimane dei tuoi pascoli?”]

 

 

Capitolo sesto

 

Le persone esaurite per l’eccessivo lavoro spesso assumono forti  bevande per ravvivarsi. Se più uomini fossero più utilmente impiegati e ce ne fossero meno che si guadagnano il pane come ricompensa perché fanno cose inutili, allora il cibo e il vestiario sarebbero, secondo una ragionevole stima, più proporzionati alla fatica di quanto lo siano ora. In procedimenti consoni a una sana saggezza una piccola parte della fatica quotidiana potrebbe essere sufficiente a far circolare con facilità una acconcia corrente in tutti i canali della società; e questa porzione di lavoro potrebbe essere suddivisa e fatta nelle parti più propizie del giorno cosicché le persone non dovrebbero avere scuse per assumenre forti liquori come avviene ora.


Quesito: Se 4 uomini, ciascuno dei quali lavora 8 ore al giorno,  raccolgono 200 stai di segale in 60 giorni, quante ore devono lavorare 5 uomini per fare lo stesso lavoro nello stesso tempo? Risposta 6 ore e 24 minuti. La quantità di rum e alcolici importati e fatti nelle colonie è grande! E non possiamo certo supporre che così tanti barilotti di questo liquore possano essere bevuti ogni giorno nel nostro paese senza vere un potente effetto sul nostro comportamento. Quando le persone non riescono ad agire e assumono questi liquori non solo come un sollievo per quanto hanno faticato ma per sostenersi nel proseguire dato che non hanno tempo sufficiente per riaversi riposando, ciò li allontano gradatamente da quella calma di pensiero che assiste coloro che con costanza applicano il loro cuore alla vera saggezza.  Gli alcolici accesi dall’eccessivo moto del corpo e ravvivati da forti bevande — che questo renda una persona inabile a seri pensieri e divina meditazione non credo sarà negato; e dal momento che moltissimi  si attengono alla pratica di non assumerne in quantità tale da impedire loro di curare i loro affari esteriori, questa abitudine deve essere presa in seria considerazione. Ma siccome per la bontà divina ho trovato che c’è un modo più quieto, calmo e felice che siamo destinati a intraprendere. Mi ritengo obbligato ad esprimere ciò che  sento nel mio cuore riguardo a questa questione.


Come è nostro dovere nutrire  lo spirito dell’amore e della mitezza, così lo è anche evitare quelle cose che sono loro avverse. Ogni grado di lusso di qualsiasi tipo e ogni richiesta di denaro non coerente con l’ordine divino ha una qualche connessione con fatiche non necessarie. Per la troppa fatica gli spiriti sono esausti e la persone  cercano l’aiuto di forti bevande; e l’uso frequente di forti bevande ha un effetto sulla mente che si oppone alla Spirito Santo. Ciò è chiaro quando gli uomini ne assumono così tante da sospendere l’uso della ragione, e sebbene vi siano gradi  in questa opposizione, e sebbene un uomo quasi ubriaco possa essere ulteriormente allontanato da quella disposizione d’animo nella quale Dio è accettabilmente venerato, tuttavia una persona che sia quasi abbattuta per il troppo fare e ravvivato da liquori senza tuttavia essere ubriaco compie un’ingiuria verso se stesso  a una grado minore della stessa cosa, e  la lunga consuetudine danneggia necessariamente la mente e il corpo. Nella natura delle persone c’è un certo grado di somiglianza con il cibo e l’aria ai quali sono stati esposti fin dalla gioventù. Ciò appare di frequente chiaro in coloro che separati dalla loro aria natia e dalla loro dieta usuale si indeboliscono e si ammalano perché ne necessitano. E neppure è ragionevole supporre che così tante migliaia di barili di questo infiammabile liquore possano essere bevuti ogni anno, e questa pratica continuata di anno in anno, senza che essa alteri in qualche grado la natura degli uomini e renda la loro mente meno adatta a ricevere amandola la pura Verità.


Quando molti che  mostrano un qualche rispetto per la pietà si conformano tuttavia in qualche grado a quei modi di vivere e accumolare ricchezza che accresce la fatica oltre i limiti fissati dalla saggezza divina, il mio desiderio è che essi prendano in considerazione la connessione delle cose in modo da fare attenzione, per tema che esigendo dai poveri più di quanto è consono alla giustizia universale essi promuovano con la loro condotta quello cui a parole sono avversi.

Ammassare ricchezza per un’altra generazione attraverso la fatica eccessiva di coloro che in qualche misura dipendono da noi significa fare del male nel presente, senza sapere che la nostra ricchezza, raccolta in tal modo, può essere male usata quando ce ne saremo andati. Lavorare troppo duramente o farlo fare ad altri, sebbene possiamo vivere con agio seguendo consuetudini cui Cristo nostro Redentore si oppose con il suo esempio nei giorni dell’incarnazione, e che sono contrari all’ordine divino, significa concimare il terreno per propagare un cattivo seme in terra.


Coloro che approfondiscono queste considerazioni e vivono sotto la loro influenza sentiranno queste cose così gravose e i loro cattivi effetti così estesi che  sarà evidente la necessità per ciascuno di attenersi alla saggezza divina, e quindi di essere diretti nel giusto uso dele cose, opponendosi al costume dei tempi, e di essere sostenuti per poter sopportare pazientemente i rimproveri che toccano all’eccentricità. Adattarsi un po’ a un modo sbagliato rinforza la mano di coloro che portano all’estremo le abitudini sbagliate; e più una persona appare virtuosa e seria, più potentemente il suo conformarsi agisce in favore di coloro che fanno il male. Metti da parte la professione di una vita pia e  la gente si aspetterà poca o nulla istruzione dall’esempio. Ma se professiamo in tutti i casi di vivere opponendoci a ciò che è contrario alla giustizia universale, quali espressioni sono giuste per  il soggetto, o che lingua è sufficiente per sostenere la forza di quegli obblighi ai quali dobbiamo sottostare per tema  di far cadere in errore altri con il nostro esempio.

 

Capitolo settimo

 

 

La citazione da Matteo non corrisponde

 

Nel prenderci cura dei nostri figli dovremmo cedere alla propensione di preoccuparci a quanto può avvenire quando ce ne saremo andati,  dopo la morte non possiamo più considerare con piacere questa tendenza. Se per mezzo della nostra ricchezza li rendiamo grandi senza essere pienamente persuasi che  non potremmo disporne in modo migliore, e quindi li rendiamo capaci di comportarsi duramente con altri più virtuosi di loro, ciò potrebbe dopo la morte non darci maggior soddisfazione di quanto se con questo tesoro avessimo innalzato questi altri ad di sopra dei nostri e dato loro il potere di opprimere I nostri.


Nel caso in cui un uomo possedesse tanta buona terra quanta sarebbe sufficiente per venti persone industriose e frugali e si aspettasse di esserne il legittimo erede e intendesse dare questa grande proprietà ai suoi figli, ma scoprisse da ricerche riguardo al titolo che mezza di questa proprietà fosse indubbiamente di proprietà di un certo numero di orfani i quali per virtù e intelligenza  gli apparissero così promettenti come ì propri figli — questa scoperta gli darebbe l’opportunità di considerare se nutrisse un qualche interesse distinto dall’interesse  di quei bambini. Alcuni di noi hanno proprietà sufficienti per far vivere i nostri figli e altrettanti se tutti impiegassero il loro tempo in faccende utili e vivessero in quella semplicità che è consona  al carattere dei veri discepoli di Cristo, e non avessero ragione di credere che i nostri figli dopo di noi si applicherebbero a scopi benevoli più di quanto non farebbero alcuni poveri bambini di nostra conoscenza se le avessero; e tuttavia se credessimo che dopo il nostro decesso queste proprietà andrebbero ugualmente divise tra i nostri figli e un pari numero di questi bambini, ciò probabilmente ci causerebbe inquietudine. Questo può mostrare a una persona riflessiva che per redimersi da ogni residuo di egoismo, per avere una universale sollecitudine per le nostre  creature compagne e amarle come le ama il nostro Padre Celeste, dobbiamo costantemente occuparci dell’influsso dello Spirito.


Quando il nostro cuore arriva a contemplare la natura dell’amore divino, lo consideriamo armonioso; ma se consideriamo con attenzione quel moto di egoismo che ci renderebbe inquieti nell’apprendere ciò che è in sé ragionevole, e che separato da preconcetti e aspettative apparirà così, ne scorgeremmo l’incongruenza perché la fonte di inquietudine è nel futuro e non avrebbe effetto sui nostri figli fino a che non fossimo rimossi in quello stato dell’essere nel quale non è possibile che noi traiamo diletto in una qualsiasi cosa che fosse contraria al principio dell’amore universale.


Quando il naturale  desiderio di superiorità che è in noi, se gli lasciamo spazio, si estende a quei nostri favoriti che ci aspettiamo ci succederanno, e quando il nostro anelare alla ricchezza e al potere per loro accresce grandemente il peso dei poveri e incrementa il male della cupidigia di questa età, ho spesso desiderato in segreto che  nel provvedere per i posteri  possiamo tenere a mente la purezza di quel resto che è preparato per il popolo del Signore, l’impossibilità di trarre piacere da quasiasi cosa diversa dalla giustizia universale, e quanto sia cosa vana e debole dare ricchezza e potere a coloro che non appaiono propensi ad applicarli al bene generale quando ce ne saremo andati.


Come cristiani tutto quello che possediamo è dono di Dio. Ora nel distribuirlo ad altri agiamo come suoi amministratori ed è nostra condizione agire in modo consono a quella saggezza divina che Egli graziosamente dà ai suoi servi. Se l’amministratore di una grande famiglia per egoistico attaccamento a circostanze particolari si appropria di quello che gli è stato affidato e lo elargisce con larghezza ad alcuni a detrimento di altri e con danno di colui che lo impiega, egli si dissocia e diviene  indegno di quell’incarico.


La vera felicità dell’uomo in questa vita e in quella che verrà consiste nell’essere unito interiormente alla fonte di amore e beatitudine universali. Quando facciamo  provvedimenti per i nostri posteri e prendiamo disposizioni che non avranno affetto finché non saremo in un altro stato dell’essere, se in ciò agiamo in modo contrario all’amore universale e alla giustizia, tale condotta necessariamente ha origine da un falso egoistico piacere nel gestire la cosa in modo sbagliato, e in questa non potremo trarre piacere quando le nostre disposizioni saranno attuate. Se infatti noi, dopo tali disposizioni e quando è troppo tardi per pentirsi, raggiungiamo quello stato purificato che il nostro Redentore pregò suo Padre che il suo popolo potesse raggiungere — di essere uniti al Padre e al Figlio — un sincero pentimento per tutto ciò che è stato fatto con volontà separata dall’amore universale deve precedere questa santificazione interiore; e sebbene in tale profondo pentimento e riconciliazione tutti i peccati siano perdonati e i dolori rimossi dimodoché le nostre precedenti malefatte non possano più affliggerci, tuttavia la nostra parziale  determinazione in favore di coloro che abbiamo amato di un amore agoistico non può concederci alcun piacere. E se dopo tale sistemazione egoistica le nostre volontà  permangono in uno stato opposto alla sorgente della luce e dell’amore universale, ci sarà un golfo insormontabile tra l’anima e la vera felicità, e niente  che sia stato fatto in questa volontà separata ci darà piacere.

 

Capitolo ottavo

 

Adoperarsi per raggiungere l’amore divino nel quale l’anima è liberata dal potere dell’oscurità è il grande compito della vita dell’uomo. Ammucchiare ricchezze, coprire il corpo con un abbigliamento raffinato, costoso e possedere magnifica mobilia è contrario all’amore universale e tende a nutrire l’ego, dato che il desiderio di queste cose non è proprio dei figli della Luce.


Colui che ha inviato i corvi a nutrire Elia nel deserto, e accresciuto i poveri resti di cibo e olio della povera vedova, è ora ugualmente attento alle necessità del suo popolo e dice:” Siete figli e figlie miei ” (Cor. 2, 6-18) — coloro che sanno quanto Egli sia un padre grazioso non possono desiderare maggiore felicità.


La gran parte di ciò che è necessario per la vita è così deperibile che ogni generazione ha occasione di faticare per ciò; e quando guardiamo u un’età siccessiva con mente influenzata dall’amore universale, cerchiamo di non esimere alcuni da quelle preoccupazioni che necessariamente fanno parte della loro vita, e danno loro il potere di opprimere altri, ma desideriamo che possano essere tutti figli di Dio per vivere con quella umiltà e ordine che si confanno alla sua famiglia. Una volta che i nostri cuori si siano così aperti e  allargati, ci sentiamo contenti di fare uso di cose così estranee al lusso e allo sfarzo seguendo l’esempio del nostro Redentore.


Nel desiderare la ricchezza per il potere e la raffinatezza che conferisce e ammassandola per questo motivo, si può propriamente chiamare ricco un uomo la cui mente sia mossa da un impulso distinto dai progetti del Padre e che non può unirsi alla società celeste, nella quale Dio è la forza della vita, prima di essere liberato da questo progetto contrario.


“È più facile”, dice il nostro Salvatore,”che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio” (Marco 10, 25). Qui nostro Signore usa una similitudine istruttiva, perché come un cammello in quanto tale non può passa nella cruna di un ago, così un uomo che si affida alle ricchezze e le detiene per il potere e la raffinatezza che conferiscono non può in tale spirito entrare nel regno. Ora ogni parte di un cammello può essere così rinpicciolita da passare da un buco piccolo come la cruna di un ago, tuttavia tale è la mole della creatura, e la durezza dei suoi ossi e denti, che ciò non si potrebbe ottenre senza grande fatica. Così l’uomo deve abbandonare quello spirito che gli fa bramare ricchezze, e ridursi a una diversa disposizione prima di ereditare il regno,  nello stesso modo in cui un cammello deve abbandonare  la forma di cammello per passare dalla cruna di un ago.


Quando nostro Signore disse al giovane ricco: ”Vai a vendere quello che hai e dallo ai poveri”(Marco 10,21) , sebbene sarebbe stato certamente suo dovere fare così, tuttavia il limitarsi a vendere tutto come dovere di ogni vero cristiano significherebbe limitare il Santo. I figli obbediento cui è stata affidata una considerevole sostanza materiale attendono la saggezza per disporre di questa secondo la  volontà di colui nel quale “l’orfano di padre trova misericordia” ( Osea 14,3). Può non essere il dovere di ciascuno affidare le proprie sostanze ad altre mani, ma di guardarsi attorno di tanto in tanto tra le numerose ramificazioni della grande famiglia, come disse il suo amministratore: ”Lascia i tuoi figli orfani, io li manterrò in vita; e lascia che le tue vedove abbiano fiducia in me” (Geremia 49,11). Ma come discepoli di Cristo, sebbene siano stati loro affidati grandi beni, può darsi che essi non si conformino a uno stile di vita lussuoso o sontuoso. Infatti se il possesso di grandi tesori fosse stato ragione sufficiente per fare bella figura nel mondo, allora Cristo nostro Signore, che era aveva un inesauribile magazzino e essendo in certo senso  superiore alle comuni operazioni di natura riforniva migliaia di persone di cibo, non sarebbe vissuto in così tanta semplicità.


Quello che equamente possediamo è un dono che Dio ci fa; ma tutte le cose furono create per mezzo del Figlio. Ora colui che dà forma alle cose dal niente — che crea e avendo creato possiede — è veramente più ricco di colui che possiede perché ha ricevuto doni da un altro. Se una profonda conoscenza e un titolo elevato fossero stati sufficienti per fare una splendida figura, l’avrebbe fatta. Disse alla donna di Samaria molte cose sul suo passato, menzionò la morte di Lazzaro, e rispose allo scriba che lo reputava blasfemo  senza avere informazioni e avendo uno spirito incommensurabile conosceva ciò che era nell’uomo. Il titolo di Signore  gli era proprio, né fu più giustamente dato ad alcuno — che in terra nessuno gli era pari per ricchezze, saggezza e grandezza; e dato che viveva in perfetta  semplicità e candore, neppure il più importante  della sua famiglia può grazie al suo status reclamare il diritto di vivere nello sfarzo mondano senza con ciò contraddire  la sua dottrina che dice: “È sufficiente che il discepolo sia come il maestro”. (Matteo 10,25)

 

Capitolo nono

 

 

Quando i nostri occhi sono così onesti da discernere con chiarezza lo spirito egoistico, lo reputiamo il maggiore di tutti i tiranni. Alcune migliaia di innocenti al tempo degli imperatori romani, essendosi confermati nella verità della religione di Cristo per il potente effetto esercitato su di loro dallo Spirito Santo ed essendosi rifiutati di conformarsi ai riti pagani, furono perciò messi a morte con crudeli e protratti tormenti, come ampiamente riportato da Eusebio. Ora se noi scegliamo Domiziano, Nerone e qualsiaso altro di questi imperatori persecutori, l’uomo, per quanto terribile ai suoi tempi, ci apparirà come un tiranno di scarsa importanza messo a confronto con lo spirito egoistico. Infatti sebbene i suoi limiti fossero ampi la gran parte del mondo era fuori della sua portata; e sebbene affliggesse grandemente i corpi di quegli innocenti, tuttavia l’animo di molti era divinamente sostenuto nelle peggiori agonie e rimanendo fedeli fino alla morte erano liberi della sua tirannia. Il suo regno per quando crudele per un certo tempo era presto finito ed egli, pur considerato nel suo maggior fasto,  sembra essere stato schiavo dello spirito egoistico. Così la tirannia, applicata all’uomo, si erge e presto ha fine. Ma se consideriamo le numerose oppressioni in molti stati e  le calamità causate dalle contese tra le nazioni  in varie parti ed epoche del mondo, e se poniamo mente al fatto che l’egoismo è stato la causa principale di loro tutte; se consideriamo che coloro che sono posseduti da questo spirito egoistico non solo affliggono gli altri ma anche se stessi e non hanno vera tranquillità nè in questa vita né nella futura, ma secondo il detto di Cristo hanno la loro parte di quella scomoda condizione “dove il verme non muore, e il fuoco non si estingue” (Marco 9,48); in questa circostanze quanto appare terribile questo egoismo?


Se consideriamo lo scempio di questa età, e come molti sono incalzati, sforzandosi di  acquisire tesori  per compiacere quella mente che si allontana dalla perfetta rassegnazione e in quella sapienza che è follia per Dio pervertono il corretto uso delle cose, affatcandosi come nel fuoco, contrastandosi l’uno con l’altro fino al sangue, ed esercitando il loro potere per vivere in modi contrari alla vita di uno tatalmente crocifisso per il mondo; se consideriamo quali grandi numeri di persone sono impiegati nei diversi regni nel preparare  materiali di guerra, e la fatica e il duro lavoro degli eserciti impegnati nel proteggere i loro rispettivi  territori dalle incursioni degli altri, e le grandi miserie che accompagnano le loro prestazioni; mentre molti di quelli che coltivano  i campi e sono impiegati in altre utili occupazioni — per sostenere se stessi e coloro che sono impegnati in affari militari, e quelli che possiedono il suolo — devono affrontare grandi difficoltà per la troppa fatica; altri invece in vari regni si danno da fare per procurarsi da parti lontane del mondo l’aiuto di uomini che trascorrono il resto della loro vita nella scomoda condizione di schiavi e ciò è al fondo di questi procedimenti —  in tutta questa confusione e queste scene di dolore e angoscia possiamo noi ricordarci del Principe della Pace, ricordarci che siamo suoi discepoli, e ricordare quell’esempio di umiltà e semplicità che ci ha proposto senza sentire un onesto desiderio di liberarci da tutto ciò che è connesso con egoistiche usanze di cibo, di abbigliamento, di abitazione, e di tutte le altre cose; appartenendo alla famiglia di Cristo e camminando come Lui camminava, possiamo ergerci in quel rigore nel quale l’uomo fu creato ed evitare la compagnia di quelle invenzioni che gli uomini nella loro decaduta sapienza hanno ricercato.  Nello spirito egoistico risiede l’idolatria. Se il nostro beato Redentore rese possibile che la sua famiglia dovesse sopportare grandi rimproveri e patire crudeli tormenti fino anche alla morte per testimoniare contro l’idolatria di quei tempi, possiamo noi considerare il prevalere dell’idolatria sotto diverso aspetto senza essere invidiosi di noi stessi se non ne facciamo sconsideratamente parte?


Quei fedeli martiri si rifiutarono di gettare l’incenso nel fuoco, sebbene avrebbero così potuto sfuggire a una morte crudele. Gettare nel fuoco un materiale profumato per dare un piacevole odore — considerando ciò separato da altre circostanze —  sembrerebbe di poca importanza; ma dato che avrebbe significato la loro approvazione dell’idolatria, fu necessaramente rifiutato dai fedeli. Non possiamo in nessun modo allontanarci dalla pura giustizia universale e continuare pubblicamente ciò che non è consono alla Verità senza con ciò rafforzare le mani degli ingiusti e fare ciò  è come offrire incenso a un idolo.


Si dice che Origene, uno dei primi cristiani, in un momento di scarsa attenzione e travandosi in grande difficoltà prese in mano dell’incenso e un pagano per spingere la cosa gli prese la mano e gettò l’incenso nel fuoco sull’altare, e nel fare ciò fu liberato dai guai esterni, ma in seguito deplorò molto la sua condizione come uno caduto da una buona posizione in una peggiore. Così sembra che anche una minima accettazione di ciò che è sbagliato sia molto pericolosa e il caso di Origene  contiene un’ammonizione degna di nota.

 

Capitolo decimo

 

Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. (Matteo 10,29)

 

Il modo comune di fare la guerra nel mondo è così lontano dalla purezza della religione di Cristo che molti si fanno scrupolo  di parteciparvi. Quelli che sono così redenti dall’amore del mondo da non possedere niente con spirito egoistico, la loro “vita è celata con Cristo in Dio” (Colonnesi 3,3), e questi li preserva nella rassegnazione, anche in tempi di commozione. Poiché non possiedono altro che ciò che attiene alla propria famiglia, ansie di ricchezza e dominio hanno poco o niente su cui agire, e imparano a essere contenti nell’essere disposti secondo la volontà di lui che, essendo onnipotente e sempre attento ai suoi figli, fa sì che tutto operi per il loro bene. Ma quando quello spirito che ama le ricchezze agisce, e nel suo agire ammassa ricchezze e adotta usanze radicate nell’autocompiacimento, questo spirito, che così allontana dall’amore universale, cerca l’aiuto di quel potere che risiede nella separatezza; e qualsiasi sia il suo nome, sempre desidera difendere i tesori acquisiti. È come una catena nella quale la fine di un anello racchiude la fine di un altro.  L’insorgere del desiderio di raggiungere la ricchezza è l’inizio. Questo desiderio essendo apprezzato muove all’azione, e le ricchezze così acquisite compiacciono l’ego, e mentre l’ego ha vita in loro, desidera difenderle.


La ricchezza è mantenuta con il potere, per mezzo del quale si sostengono affari e procedimenti contrari alla giustizia universale; e quì l’oppressione, portata avanti con politica e ordine mondani,  si camuffa con il nome di giustizia e diviene un seme di discordia nel terreno; e come questo spirito che si propaga dalla sua sede prevale, così il seme della guerra si gonfia e germoglia e  cresce e diviene forte fino a che troppi frutti sono maturi. Allora arriva il raccolto di cui parla il profeta che è “un mucchio nel giorno della pena, e del disperato dolore” (Isaia 17, 11).


Oh, se noi che ci dichiariamo contrari alla guerra e riconosciamo che la nostra fede è solo in Dio, potessimo camminare nella Luce e in questa esaminare  il fondamento e i motivi per possedere grandi proprietà! Se potessimo considerare i nostri tesori e la mobilia della nostra casa e gli abiti nei quali ci paludiamo  per capire se i semi della guerra traggono nutrimento da questi nostri possedimenti oppure no. Possedere tesori con spirito di autocompiacimento è una pianta robusta, i cui frutti maturano rapidamente. Il giorno dell’angoscia esterna sta arrivando e l’amore divino ci chiama a prepararci. Ascoltate figli che avete conosciuto la Luce, e venite avanti! Lasciate tutto ciò che nostro Signore Gesù Cristo non possiede. Non reputate il suo modello semplice e grezzo per voi. Non pensate che una piccola parte di questa vita sia troppo poco, ma viviamo nel suo spirito e camminiamo come Egli ha camminato e ci preserverà nelle più grandi difficoltà.

 

Capitolo undicesimo

 

“I cieli sono i cieli del Signore, ma ha dato la terra ai figli dell'uomo.” Salmo 115, 16)

 

Come servi di Dio quello che possediamo di terra o di proprietà, lo possediamo come suo dono; e nell’applicarne i profitti è nostro dovere agire in modo conforme al progetto del nostro benefattore. Uomini imperfetti possono addurre motivi di affetto fuorviato, ma la perfetta  Saggezza e Bontà risulta gradita alla propria natura. E questo dono non è  assoluto, ma condizionato, che possiamo occupare come figli doverosi e non altrimenti,  perché solo lui è il proprietario. “Il mondo”, dice, “mi appartiene e tutto quello che è in essa” (Salmo 24,1). L’ispirato legislatore ha stabilito che quegli israeliti che avevano venduto la loro eredità la dovessere vendere solo per un periodo, e che essi o i  loro figli  dovessere nuovamente goderla nell’anno del Giubileo, stabilito ogni cinque anni. “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia”, dice il Signore, “e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.” (Levitico 25, 23), il disegno di ciò era di impedire che il ricco opprimesse il povero ingrandendo troppo la sua terra. E il nostro beato Redentore disse: “Finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà, finché tutto non sia compiuto” (Matteo 5, 18)


Quando l’amore divino è presente nel cuore delle persone ed essi con costanza agiscono secondo il principio della giustizia universale, allora il vero intento della Legge è compiuto, sebbene i loro modi esterni di procedere possano risultarne distinti. Ma quando gli uomini sono posseduti da quello spirito cui allude il profeta e nell’esaminare la propria ricchezza dicono nel loro cuore “Non siamo forse diventati potenti con le nostre sole forze?” (Amos 6,13) — in questo modo si allontanano dalla legge divina e non riconoscono che le loro ricchezza appartengono Dio,  né che  i deboli e i poveri hanno diritto a così tanto di questa crescita, ma invece possono indulgere al desiderio di conformarsi allo sfarzo del mondo. E così dove una casa è aggiunta a una case e un campo aggiunto a un campo finché non c’è più spazio, e i poveri vi sono ristretti, sebbene ciò avvenga per mezzo di affari e compere, tuttavia, in quanto in opposizione all’amore universale, fin quì il male previsto dal profeta accompagnerà i loro procedimenti.


Come colui formò la terra dal niente ne era allora  il vero proprietario, così lo rimane ancora, e per quanto l’abbia concessa ai figli degli uomini cosicché moltitudini di persone ne hanno tratto nutrimento come continuano a fare ora, tuttavia egli non l’ha mai alienata; ma il suo diritto di dare vale come all’inizio e nessuno può applicare l’accrescimento dei suoi possedimenti in modo contrario all’amore universale, né disporre delle terre in un modo che sa tende a esaltare alcuni opprimendone altri, senza essere giustamente accusabile di usurpazione.

 

Capitolo dodicesimo

 

Se torniamo indietro di centocinquanta anni e compariamo gli abitanti della Gran Bretagna  coi nativi del Nord America su una porzione di territorio simile suppongo che i nativi sarebbero una piccola proporzione rispetto agli altri. Alla scoperta di questo fertile continente, quando molti di quegli abitanti fitti arrivarono, i nativi generalmente li trattarono gentilmente all’inizio e come quelli portarono arnesi di ferro e una varietà di cose utili per l’uomo, questi accolsero bene l’oppurtunità di scambi e incoraggiarono gli stranieri a stabilirsi. Parlo di quello migliorie fatte in modo pacifico.


Così il nostro grazioso Padre, che osserva in contemporanea la situazione di tutte le sue creature, ha aperto una via da una terra fittamente abitata e dato spazio in questa. Ora se consideriamo con attenzione l’azione della mano di Dio nel darci spazio su questo continente e che i discendenti di quegli antichi proprietari del paese (ai cui occhi appaiamo come nuovi arrivati) sono ancora padroni e abitanti della terra accanto alla nostra; e che il loro modo di vivere, che richiede ampio spazio,  è stato loro trasmesso dai predecessori e probabilmente stabilito da usanze antichissime, in base a queste considerazioni possiamo vedere la necessità di coltivare le terre già ottenute da loro e applicarne la rendita in modo veramente saggio così da dare spazio al maggior numero possibile di persone prima di accampare un qualche diritto, come membri della grande famiglia, sull’equità della concessione a noi di una maggiore porzione dei loro possessi e vivere in un modo che richieda meno spazio.


Se tutti camminassimo come compete ai seguaci del nostro beato Salvatore, se conservassimo quì tutti i frutti del nostro paese che sono spediti all’estero per ottenere forti bevande, un costoso abbigliamento e altri lussi dei quali non dovremmo fare uso, e il lavore e le spese per importare e esportare fossero impiegate per l’agricoltura e mestieri  utili, un maggior numero di persone  di quante ora risiedono quì potrebbero con la benedizione divina vivere  agiatamente sulle terre che già ci sono state  concesse dagli antichi proprietari del paese.


Se serviamo fedelmente Dio, che ci ha concesso spazio su questo continente, credo che renderà alcuni di noi utili tra di loro sia nel rendere pubblica  la dottrina di suo Figlio, nostro Salvatore, e nel far loro conoscere i vantaggi che dervano dal  popolare la terra e nel soggiogarla.


Penso che alcuni si  preoccuperanno  per quei poveri all’estero che si guadagnano il pane nel preparare e commerciare quelle cose che a noi, in quanto fedeli discepoli che vivono in una semplicità simile al nostro Modello Celeste, non dovrebbero servire. Ma accandonando ogni cosa superflua e lusso, quando le persone sono così fittamente stabilite in alcune come altre parti, il commercio di utili articoli può essere di mutuo vantaggio e portato avanti con più regolarità e soddisfazione per un sincero Cristiano di quanto il commercio non  sia ora.


Una persona che continui a vivere nella società in modo contrario alla vera saggezza di solito attira altri a sé; e se questi adottano  il modo che il primo ha scelto, il loro procedere è simile a una vigna selvatica, la quale, nata da un solo seme e diventata robusta, estende i rami  e i suoi piccoli viticchi si attaccano a tutte le erbe e ai rami degli alberi che raggiungono, e sono così rinforzati e attorcigliati che non si riesce a districarli se non con grande fatica e forza. Allo stesso modo queste usanze, piccole all’inizio, nel crescere promuovono gli affari e il traffico e molti ne dipendono per vivere. Ma è evidente che ogni commercio che non ha fondamento nella saggezza è inadatto a un fedele seguace di Cristo, che ama Dio non solo con tutto il suo cuore, ma anche con tutta la sua forza e abilità di lavorare e agire nel mondo; e il Signore è capace, e vuole, sostenere coloro il cui cuore è perfetto verso di lui, in modo gradito alla sua infallibile saggezza; è  conveniente che noi meditiamo sui privilegi dei suoi figli, per ricordare che dove  è lo spirito del Signore, là c’è libertà, e che nell’adottare usanze che sappiamo sbagliate, ci discostiamo dalla purezza del suo governo e in certo grado ci  allontaniamo da lui.


Abbandonare abbigliamenti strani e costosi e servirsi invece solo di ciò che è semplice e utile, lasciarsi alle spalle ogni cosa superflua e troppe bevande forti, è cosa gradita  alle dottrine del nostro Redentore, e se nell’integrità del nostro cuore agiamo in questo modo, in qualche modo contribuiamo a diminuire quel commercio che ha fondamento in uno spirito sbagliato; e quando alcune persone di buona inclinazione sono avviluppate in tale commercio e desiderano esserne liberati, il nostro abbandonare queste cose può essere loro di aiuto, e se per un certo periodo il loro commercio ne risulta danneggiato, tuttavia se umilmente chiedono saggezza a Dio e sinceramente si rimettono a lui, egli non verrà loro meno né li abbandonerà. Lui, che hacreato la terra e ha provveduto al sostentamento di milioni di persone nel passato, è ora attento alle necessità dei suoi figli come sempre. Cercare la perfezione è nostro dovere e se in ciò danneggiamo un qualche commercio con il quale alcuni poveri si guadagnano il pane, il Signore che ci chiama ad abbandonare queste cose avrà cura di coloro che risultano danneggiati e lo ricercano sinceramente.


Se le connesioni che abbiamo con gli abitanti di quelle provincie e il nostro interesse, considerato distinto da altri, ci spinge a promuovere  una vita semplice per arricchire il nostro paese, sebbene vivere semplicemente sia la cosa migliore, tuttavia se vivamo semplicemente con spirito egoistico non avanziamo nella vera religione. L’amore divino che espande il cuore verso l’umanità tutta, è il solo che può giustamente porre fine a ogni corrente corrotta e aprire i canali degli affari e del commercio nei quali niente scorre che non sia puro, e  stabilisce i nostri traffici in modo tale che, quando nella nostra fatica meditiamo sull’amore universale di Dio e l’armonia dei santi angeli, la serenità della nostra mente non sia mai affuscata nel ricordare che parte della nostra attività tende a sostenere  usanze che sono fandate sullo spirito di egoistico.

 

Capitolo tredicesimo

 

 

Quando la nostra mente è predisposta a favore di usanze che si distinguono dalla perfetta purezza siamo in pericolo di non attenerci  unicamente a quella Luce che dischiude alla nostra vista la natura della giustizia universale.


Tra le attività di un paese fittamente popolato ci sono un varietà di utili impieghi oltre alla coltivazione della terra; che alcuni uomini che non hanno più terra di quanta sia necessaria per costruirvi sopra e far fronte alle circostanza relative alla famiglia possano essere in armonia con la fratellanza; e fra i  vari doni che Dio ha concesso a quelli impiegati  nell’agricoltura , per alcuni possedere e occupare molto più di altri può essere la stessa cosa. Ma se alcuni in forza dei loro possedimenti esigono un affitto o interesse che richiede ai loro affittuari una maggiore applicazione agli affari di quanto il nostro misericordioso  Padre ha inteso per noi, ciò mette fuori posto le ruote della perfetta fratellanza e porta a promuovere impieghi che non appartendono alla famiglia di Cristo, il cui esempio è in tutte le sue parti un modello di saggezza, cosicché la semplicità e la naturalezza del suo aspetto esteriore possono ben farci vergognare perché adorniamo il nostro corpo di costosi abbigliamenti o diamo valore alla ricchezza in sommo grado.


Il suolo ci dà sostentamento ed è utile all’uomo; e ammesso che il fatto che alcuni posseggono una parte di questi profitti maggiore di altri possa essere consono all’armonia della vera fratellanza, tuttavia, che i più poveri che sono onesti, finchè rimangono abitanti della terra, abbiano diritto a una certa porzione di questi profitti in un senso chiaro e assoluto come quelli che ereditano molto, credo che su questo saranno d’accordo quelli il cui cuore si è allargato all’amore universale.


I primi abitanti della terra furono i primi possessori del suolo. Il grazioso Creatore, suo possessore, ne concesse  loro l’usufrutto. E come una generazione veniva meno, un’altra veniva e prendeva possesso, e così per molte epoche innumerevoli moltitudini di persone hanno goduto dei frutti della terra. Ma il nostro grazioso Creatore ne è il proprietario assoluto come quando la formò per la prima volta dal niente, prima che l’uomo ne prendesse possesso. E sebbene per mezzo di richieste basate su un precedente possesso grandi disuguaglianze appaiano tra gli uomini, tuttavia, in quanto proprietari o reclamanti dei profitti del suolo, dobbiamo tenere conto in tutti i procedimenti delle istruzioni del grande proprietario della terra.


“I passi dell'onesto sono guidati dal Signore” (Salmo 37, 23) e coloro che sono così guidati, il cui cuore si è allargato nel suo amore, danno ordini riguardo i loro possedimenti in sua armonia; e quella richiesta che si basa sulla giustizia universale è un buon diritto, ma il mantenimento di quel diritto dipende dalla corretta applicazione dei suoi profitti.


La parola diritto è comunemente usata in connessione coi nostri possedimenti. Chiamiamo diritto di proprietà il dividendo di una provincia o un chiaro, indiscutibile diritto a una terra  contenuta in certi limiti. Così questa parola è un continuo memento dell’intento originario di dividere la terra per mezzo di confini e implica che il progetto era che fosse divisa equamente  o giustamente, che fosse divisa secondo giustizia.  In ciò — ovvero nell’equità e nella giustizia — risiede la forza delle nostre richieste. Se avanziamo una richiesta ingiusta e troviamo doni  o concessioni sufficientemente dimostrati da sigilli e testimoni, ciò non conferisce diritto al richiedente, perché ciò che è contrario alla giustizia è sbagliato, e la sua natura deve essere cambiata prima che possa essere un diritto.


Supponiamo che venti uomini liberi, che si professano seguaci di Cristo, scoprano un’isola sconosciuta a tutti, e con le loro mogli, indipendetemente da tutti gli altri, ne prendano possesso, e se  la dividano equamente, facciano migliorie e si moltiplichino. Supponiamo che questi primi proprietari, sotto l’influenza del vero amore, guardino con paterna sollecitudine alla crescente condizione degli abitanti, e vicini alla fine della vita diano tali disposizioni circa i loro possedimenti come conveniente alla comunità e tendano a conservare l’amore e l’armonia, e che i loro successori nel continuo accrescersi di gente seguano in generale il loro pio esempio e ricerchino i mezzi più efficaci per tenere fuori dalla loro isola l’oppressione. Ma [supponiamo] che uno di questi primi coloni, per affettuoso attaccamento a uno dei suoi numerosi figli, non più meritevole degli altri, dia a questo il comando delle sue terre, e che esprima fortemente la sua intenzione e volontà con uno strumento sufficientemente provato. Supponiamo che questo figlio, essendo signore dei suoi fratelli e nipoti, chieda una proporzione dei frutti della terra  tale da potere approvigionare se stesso e la sua famiglia e alcuni altri; e che questi altri, così riforniti dal suo magazzino,  siano impiegati nel decorare le sue abitazioni con curiose incisioni e pitture, nel preparare carrozze per corrervi,  vasellame per la sua casa, pietanze deliziose, abbigliamenti ben fatti, e mobilia, tutte cose che si accordano a quella distinzione che è insorta tra lui e gli altri abitanti, e che avendo a sua disposizione tutte queste numerose migliorie, il suo potere si accresca in tutte quelle riunioni relative agli affari pubblici dell’isola al punto che quei semplici, onesti uomini che richiedono eque decisioni trovano grande difficoltà nel procedere in modo conveniente alle loro giuste inclinazioni quando egli si oppone loro. Supponiamo che, per  affetto verso uno dei suoi figli unito al desiderio di continuare la  grandezza del suo nome, lo confermi a capo dei suoi possedimenti e così per molti anni su circa la ventesima parte dell’isola c’è un grande signore e il resto è costituito da persone generalmente povere e oppresse, per alcune delle quali a causa del modo della loro educazione unito alla nozione della grandezza dei loro predecessori, la fatica risulta sgradita; questi quindi servendosi con astuzia della debolezza, della disattenzione e della corruzione di altri, nel cercare di guadagnarsi da vivere a loro spese ne aumenta le difficoltà; mentre gli abitanti delle altre parti che si guardano dall’oppressione e concordano nell’allevare i loro figli in semplicità, frugalità e utile lavoro vivono più armoniosamente.


Se tracciamo la rivendicazione del nono o decimo di questi grandi signori risalendo al  primo proprietario e  troviamo che la rivendicazione è sostenuta da strumenti ben fondati e provati, dopo tutto non possiamo non ammettare in cuor nostro che egli abbia diritto a una così grande porzione di terra, dopo l’incremento così numeroso di abitanti.


I primi proprietari  di quella ventesima parte hanno in effetti una porzione equa; ma quando il Signore, che all’inizio dette a questi venti uomini il possesso dell’isola senza che tutti gli altri lo sapessero, pose in essere  numerose persone che abitavano la ventesima parte e avevano bisogno dei suoi frutti per sostenersi, questo grande richiedente del suolo non poteva avere diritto a tutto, né disporne per la propria irregolare gratificazione; ma le creature del Sommo Dio, proprietario del cielo e della terra, avevano diritto a una parte di ciò che il grande richiedente aveva, sebbene non avessero strumenti che confermassero quel diritto.


L’oppressione  estrema appare terribile, ma l’oppressione che si presenta sotto più raffinata apparenza rimane oppressione, e se una minima parte di essa è accarezzata, essa diviene più forte e più estesa: lavorare per redimersi perfettamente dallo spirito dell’oppressione è il grande compito dell’intera famiglia di Cristo in questo mondo.

 

Capitolo quattordicesimo

 

Sulle scuole

 

Quando siamo del tutto istruiti nel regno di Dio, siamo contenti di quell’uso delle cose che la sua saggezza indica sia a noi stessi sia ai nostri figli e non ci interessa che apprendano l’arte di arricchirsi ma siamo attenti a ché  l’amore di Dio e un giusto riguardo per tutte le creature nostre compagne possano possedere la propria mente e che nell’apprendere possano procedere nella pura saggezza. Essendo Cristo il nostro Pastore abbondantemente capace e desideroso di istruire la sua famiglia in tutte quelle cose che è conveniente conoscere, rimane nostro dovere attendere con pazienza il suo aiuto per istruire la nostra famiglia e non cercare di spingerli ad apprendere  con l’assistenza di quello spirito per redimerci dal quale ha dato la sua.


Lui stesso ha detto che i figli di questo mondo sono nella loro generazione più saggi dei figli della Luce, ed è noto per esperienza che nel coltivare e assecondare lo spirito dell’orgoglio e l’amore della lode nei bambini  questi possano essere portati ad apprendere più velocemente di quanto non farebbero altrimenti; ma quando nell’apprendere una arte o scienza si abituano a disobbedire il puro spirito e si rafforzano in quella sapienza che è sciocchezza per Dio, essi devono fare la  penosa fatica di disimparare  una parte di quello che hanno appreso prima di poter entrare a far parte della divina famiglia. È quindi bene per noi che  nelle scuole e in ogni tipo di istruzione ci si attenga diligentemente al principio della Luce universale, e che attendiamo con pazienza che migliorino nel canale della vera saggezza, senza cercare l’aiuto di quello spirito che ricerca l’onore dagli uomini.(È attraverso la deviazione dalla pura Luce che la gente desidera l’aiuto dello spirito di questo mondo nello spingere i figli a imparare, cosicché possano proteggtarsi dall’istruzione per sostenere  modi di vivere meno semplici e  schietti di quanto il nostro Santo Modello ha stabilito per noi). I figli in età scolare sono in una fase della vita che richiede l’attenta e paziente cura dei loro tutori, e una diligente sorveglianza degli umori e delle  inclinazioni per potersi occupare giustamente e tempestivamente  di   ciascun individuo.


Se fossimo del tutto svezzati dall’amore della ricchezza e abbandonassimo del tutto le cose superflue della vita, essendo venuti meno gli impieghi per cose futili e il lavoro fosse solo per le cose necessarie a una vita umile, di abnegazione, sarebbe ragionevole stimare che ci sarebbe a sufficienza per l’istruzione dei nostri figli cosicché un uomo semplice e umile con una famiglia a lui simile potrebbe essere dotato di mezzi per insegnare e  sorvegliare un numero di figli così piccolo tale da potere con proprietà e tempestività curarsi di ciascuno individualmente e condurli con dolcezza sulla via aperta dallo Spirito del Vangelo, senza dare spazio alla superbia o alla cattiva emulazione tra di loro.


Il fatto che talvolta si occupino dei  bambini uomini che non vivono sotto l’opportuna virtù della Verità richede seria considerazione perché è nostro inderogabile dovere impegnarsi nella loro educazione per fare loro avvertire l’opera interiore della grazia; e se un tutore non ha esperienza in questa opera, il suo spirito e la sua condotta nel dare istruzioni  e  direttive ai bambini si imprimono sulle loro tenere, inesperte menti arrecando loro grande svantaggio.


E ancora quando degli uomini pii si assumono questo incarico, essi trovano talvolta difficile sostenere le proprie famiglie senza impegnarsi con un numero  così grande di bambini che non riescono ad occuparsi appieno dello spirito e della disposizione di ciascun individuo come sarebbe proficuo per i bambini. Un grande numero di bambini in una scuola è spesso un grave peso sulla mente del tutore onesto e quando i suoi pensieri e il suo tempo sono così assorbiti negli affari più esteriori della scuola al punto che non riesce ad occuparsi dello spirito o dell’indole di ciascun individuo in modo da fornirgli giustamente e tempestivamente il vero giudizio, allora la mente dei bambini spesso ne soffre e uno spirito errato acquista forza, il che di frequente aumenta le difficoltà nella scuola e, come un’infezione si propaga, dall’uno all’altro.


Un uomo influenzato dallo spirito della Verità, che si occupa di insegnare ai bambini, mentre ha solo una quantità  per cui la manifestazione della forza divina in lui è superiore all’instabilità in loro, lo spirito buono con il quale egli li governa ha un qualche effetto sulla loro mente e tende a portarli avanti nella vita cristiana. Ma quando le difficili circostanze di un uomo unite alla scarsa paga assegnata a chi insegna ai bambini risulta una tentazione e si fa strada nel suo cuore che deve farsi carico di troppi in relazione alla sua dote o quando il desiderio di ricchezza a tal punto corrompe il cuore di qualcuno cosicché ne prende in carico troppi, in questa caso il vero ordine di un’educazione cristiana è perduto. Ma quando un uomo ha un carico troppo numeroso per quel grado di forza del quale Dio lo ha dotato, egli non solo soffre per la situazione della propria mente, ma anche i bambini ne soffrono; e se il governo non è supportato dal vero spirito cristiano, la vera testimonianza non si raggiunge nella mente dei bambini.


Istruire i bambini alla vera pietà e virtù è un dovere che spetta a tutti quelli di noi che ne hanno; e il nostro Padre Celeste non richiede da noi altro dovere se non quello che ci dà la forza di eseguire, come noi umilmente ricerchiamo: che, sebbene all’occhio della ragione le difficoltà appaiano grandi nei luoghi nei quali si istruiscono i nostri bambini nell’utile sapere, tuttavia se ci atteniamo obbedientemente a quella saggezza che viene dall’alto, il nostro grazioso Padre ci mostrerà la via per dare loro l’istruzione che richiede da noi.


E quì posso dire che la mia mente è stata dolorosamente afflitta a causa di alcuni che per desiderio di ricchezza, un desiderio di conformarsi a un modo di vivere in modi distinguibili dal vero spirto cristiano, si affannano per cose relative a questa vita e non prendono sufficientemente a cuore le tristi condizioni della gioventù in molti luoghi per mancanza di pii esempi e tutori dalla mente esperta dello spirito della Verità.

 

Si affrontano grandi fatiche per accumulare ricchezze per i posteri? Sono molti quelli che ricevono salari per  fornirci di delicatezze e lussi?


Si spendono molti denari per dei colori che piacciono all’occhio, che rendono il nostro abbigliamento meno usabile? Si comprano indumenti di un particolare tessuto pagando un alto prezzo a causa della loro raffinatezza?

Ci sono varie branchie di artigianato soltanto ornamentali— nella costruzione delle nostre case, oggetti appesi ai nostri muri e pareti divisorie, e per essere veduti nella nostra mobilia e abbigliamento? E tra tutte queste spese che la pura Verità non ci richiede, mandiamo i nostri bambini a imparare da uomini che crediamo non siano sotto l’influsso dello spirito di Verità, piuttosto che attendere umilmente la saggezza di Dio per darci indicazioni per la loro istruzione.

Credo che nessun uomo pio dirà che ci è richiesto come dovere affidare i bambini alla curatela di uomini che non crediamo giustamente qualificati a condurli nella vera vita cristiana. Fare il male nell’aspettativa del bene è contrario alla dottrina del cristianesimo; quando i tempi sono così nebbiosi che non possiamo procedere sulla via della chiarezza e della purezza, conviene che con profonda umiltà ci rivolgiamo a Dio per conoscere la sua intenzione riguardo a noi e ai nostri bambini.

 

Capitolo quindicesimo

 

Di padroni e servi

 

“Servi, obbedite ai vostri padroni terreni con timore e tremore, con cuore sincero, come fareste con Cristo. “ Efesini 6,5)


Si osserva in numerosi passi nei quali  l’apostolo scrive ai servi che egli si adopera per orientare la loro mente alla vera Luce, perché essi possano nella condizione di servi, come l’apostolo dice, “compiere la volontà di Dio di cuore” (Efesini 6,6), perché le loro fatiche non siano come quelle che compiacciono gli uomini, ma “Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini” (Colossesi 3,23)


Come il mero principio della giustizia è il fondamento sul quale si basa il cuore puro, così  ci si comporta secondo questo; e mentre da una parte si incoraggia a una corretta esecuzione di ogni ragionevole dovere, dall’altra ci si astiene dal comandare ai servi di eseguire attivamente ingiusti ordini, servendo “il Signore e non gli uomini” (verso 7 VERSO DI COSA?), per cui siamo istruiti nella necessità  di camminare umilmente di fronte a Dio, cosicché, attenendoci fedelmente alle indicazioni dello Spirito Santo, “le nostre facoltà siano esercitate a distinguere il buono dal cattivo” (Ebrei 5,14). E come i giusti comandi dei padroni dovrebbero essere obbediti perché sono giusti, così al contrario i comandi di uomini che non potrebbero essere eseguiti senza disobbedire Dio non costituiscono autorità sufficiente perché un servo di Cristo li compia, in questo caso dovremmo invece obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.


La mia mente al presente si preoccupa che tutti coloro che sono nella situazione di padroni considerino con serietà questo tema e non chiedano niente ai servi che sia irragionevole, o tale che nell’eseguirlo essi debbano necessariamente agire in modo contrario alla giustizia universale.


Un padre devoto si preoccupa con coscienza dei suoi bambini, affinché con i suoi sforzi essi possano essere educati in modo retto e avere alcune cose necessarie relative alla loro prima sistemazione nel mondo. Ma se un uomo vede le sue giuste intenzioni pervertite e i suoi sforzi fatti servire a scopi che non sono equi e non c’è speranza di rimediare, il suo caso è molto grave; infatti per quanto sia disposto a faticare “non può faticare di cuore per il Signore e non per gli uomini.

Soddisfare  richieste che non sono eque affligge una mente ben disposta e per un uomo di potere chiedere un servizio ad un altro senza proporre una giusta ricompensa mi sembra contenga lo spirito della persecuzione. Gli uomini onesti che si occupani di affari temporali hanno l’intenzione di agire bene; lavorano perché sono convinti che sia il loro dovere. Ma quando i lavori, non  secondo giustizia dovuti, sono a loro richiesti per  gratificare gli avidi, i lussuosi o gli ambiziosi progetti di altri, questo pone  in grande difficoltà gli uomini coscienziosi. Se non eseguono sono passibili di punizione e se fanno quello che a loro non sembra giusto fare, essi feriscono la loro anima.

 

Capitolo sedicesimo

 

Tenere come servi dei negri fino a che hanno trenta anni e trattenere i profitti degli ultimi nove anni come se fossero nostri, supponendo che essi possano costituire una spesa per I nostri possedimenti, è un modo di procedere che sembra necessitare di miglioramento.

 

RAGIONI CHE SI ADDUCONO

 

1. Uomini maturi che si sono comportati disciplinatamente e non hanno fatto un contratto per servire — che essi abbiano diritto alla libertà mi aspetto sia opinione generalmente condivisa, e farli servire per altri nove anni come servi potrebbe significare tenerli schiavi a vita. Potrebbero morire prima di quel termine e non costarci niente, e possono lasciare figli ai quali, a buon diritto,  potrebbero nell’ultima malattia avere il desiderio di dare loro il denaro guadagnato dopo aver pagato per la propria istruzione.


2. Suppongo che il lavoro di nove anni di un negro sano e industrioso, facendo un calcolo moderato, non si possa dichiarare  inferiore a cinquanta sterline di denaro, in aggiunta al cibo e al vestiario. Ora  nel caso in cui questo denaro sia guadagnato al servizio di un uomo che lo ha istruito o accantonato in proporzione annuale a cura del detto uomo, ed emesso a un interesse moderato per l’utilizzo del negro, e impiegato per le sue future necessità o gli onesti scopi da lui previsti nel suo testamento, questa ci sembrerebbe un modo più fraterno di procedere se fossimo nella condizione del negro.


3. La pura bontà tende a generare qualcosa di simile a se stessa, e quando gli uomini sono convinti che la condotta di coloro che hanno potere su di loro sia equa, ciò dà naturale incoraggiamento a premunirsi per la vecchiaia. Avendo raggiunto la pura prova, ci si deve preoccupare che non divengano un peso per le proprietà di coloro che hanno trovato essere uomini onesti e veri amici verso di loro. Ma quando degli uomini hanno lavorato senza salario nove anni più di quanto è comune per altri uomini tra i quali abitano, e poi lasciati liberi e quando se ne vanno gli si assicura che quelli che così li hanno trattati sono fortemente in debito verso di loro, ma mon si aspettano di recuperare questo debito a meno che ne abbiano bisogno quando sono incapaci di cavarsela da soli, ciò li indurrebbe a pensare che questo trattamento non sia fraterno, a pensare alla ragionevolezza del salario loro pagato, a pensare che la proprietà nella quale hanno lavorato potrebbe con ragione assisterli nella vecchiaia, e così essere tentati di tenersi lontani da una saggia applicazione a ciò che si fa.


4. Se vedo che un uomo ha bisogno di essere aiutato e so che ha posto del denaro nella mia mano che deve essere pagato per un uso ragionevole a lui o a altri che egli indichi, in questo caso non senbra di debba essere la tentazione di trattenerlo nel momento in cui ne ha bisogno. Ma se l’egoismo a tal punto era prevalso in me che consideravo il denaro che avevo in custodia con il desiderio di sottrarlo al vedo proprietario e, per la forza del desiderio unita all’aspettativa, lo consideravo parte della mia proprietà per utilizzarlo nel sostenere me stesso o la mia famiglia nel mondo, e con quelloaffrontare spese che un umile seguace di Cristo avrebbe dovuto evitare — in questo caso nell’abbandonarsi a una tentazione c’è serio pericolo di cadere in altre, e così di non  occuparsi dei bisogni dell’uomo che  aveva dato il denaro in mia mano con quella cura e diligenza che avrei dovuto avere se quella disposizione non fosse entrata nella  mia mente.


5. Se noi teniamo conto  secondo giustizia dei denari che ci sono stati affidati, facendone un uso ragionevole, e spendiamo il tutto frugalmente per sopperire all’uomo che lo ha guadagnato, se ne necessità di più il pubblico rifiuta di accollarsi parte delle spese; se le nostre proprietà non hanno tratto beneficio in precedenza delle fatiche dei suoi padri o antenati, questo sembra essere un caso nel quale i giusti soffrono per testimoniare di avere buona coscienza, dalla quale se fedelmente la si cura, possono con il tempo, io credo, sperare di avere sollievo.


I negri sono stati un popolo sofferente, e noi come società civile siamo quelli che li hanno fatti soffrire. Ora se delle persone sono state offese nelle loro sostanze materiali e sono morti senza avere alcuna ricompensa, i loro figli sembrano avere diritto a ciò che era giustamente dovuto ed era stato sottratto ai loro padri. Il mio cuore è addolorato mentre scrivo su questo tema a causa delle grandi ingiustizie commesse verso questi gentili e i loro figli che sono nati in quella cattività che è una ingiusta cattività. Quando gli antenati di questa gente sono stati importati dall’Africa, alcuni, credo,  li comprò con l’intenzione di trattarli con gentilezza come schiavi. Li comprarono come se  quegli uomini violenti avessero diritto di venderli, ma credo senza dare peso alla natura e alla tendenza di simili affari e così a partire da  un fondamento ingiusto, un velo fu gradatamente steso su una pratica gravosa e affliggente per un gran numero dei gentili. Ora in molti posti si è ravvivata la preoccupazione che questo velo possa essere infine rimosso, e questo disordine possa essere attentamente indagato; la mia preoccupazione è che possiamo non solo porre attenzione al fatto che i negri sono stati a causa nostra in quanto società  un popolo sofferente, ma che noi possiamo in vera umiltà avvertire quella pura influenza la quale sola è capace di guidarci dove si sperimenta la cura e la ricostruzione.


7. Dopo avere così parlato dei negri come aventi uguali diritti ai benefici del loro lavoro presso di noi, mi sento in dovere di menzionare quel debito che è dovuto a molti negri del nostro tempo. Quando degli uomini entro certi limiti sono così conformati in una società da divenire un grande insieme consistente di molti membri, quì qualsiasi siano le ingiurie fatte ad altri non appartenenti a questa società da membri di questa società, se la società che ne ha il potere non attua ogni possibile sforzo per agire con giustizia e raziocinio, e non sconfessa le ingiuste procedure, l’iniquità perpetrate dai singoli idividui diviene responsabilità di quella società civile alla quale sono uniti. E se alcune persone sono state danneggiate nelle loro sostanze materiali e muoiono senza ricevere alcuna ricompensa cosicché ai loro figli è negato ciò che era equamente dovuto ai loro genitori , in questo caso essi appaiono avere giusto diritto  ad essere ricompensati da quella società civile nella quale i loro genitori soffrirono.


Il mio cuore è addolorato nello scrivere di questo argomento a causa delle grandi ingiustizie commesse contro questi gentili e i loro figli nati in cattività. Se i membri attivi di una società  civile, quando si cominciò a commettere queste ingiustizie, si fossero uniti in ferma opposizione a queste violente procedure, se altri in spirito egoistico avessero poi tentato lo stesso e incontrato una ferma opposizione, e fossero stati costretti a rendere giustizia alle persone offese finché la prospettiva di guadagnare per mezzo di tali ingiuste procedure apparisse così dubbia da scoraggiare ogni ulteriore tentativo — quanto sarebbe stato meglio per queste colonie e isole americane?


Alcuni, credo, comprarono questi poveri sofferenti con l’intenzione di trattarli con gentilezza come schiavi. Essi li comprarono come se questi uomini violenti avessero diritto di venderli, ma credo senza considerare abbastanza  approfonditamente le conseguenze di tali procedure. Altri, credo,  li comprarono con intenzioni di comodità e profitto; e così  quegli uomini violenti trovarono persone di reputazione che compravano i corpi e basandoci sull’acquisto esercitavano l’autorità di padroni, e così li incoraggiavano in questo orribile commercio, finchè la procedura fu così approvata dalla società civile che si considerava questi uomini come membri senza alcuna procedura per punirli dei loro crimini; e così in qualche misura si stese un velo  su una pratica la più contraria alla giustizia, e le cose furono così maschrate che nella più deplorevole ingiustizia solo pochi sembravano allarmati o si davano da fare con zelo perché fosse resa giustizia ai sofferenti e ai loro posteri.


Questi poveri africani era gente con una strana lingua,  con i quali non era facile conversare, e inoltre la loro condizione di schiavi distrusse in generale quella fraterna libertà che di frequente sussiste tra noi e degli stranieri inoffensivi. In questa avversa situazione, quanto è ragionevole supporre che essi avrebbero rimuginato nella loro mente le iniquità commesse contro di loro e si sarebbero lamentati! — lamentati senza che alcuno li confortasse. Sebbene nel progredire degli ingiusti procedimenti una qualche incertezza si sia fatta strada nell’animo di molti, tuttavia la natura delle cose non si è alterata. La lunga oppressione non ha reso l’oppressione coerente con l’amore fraterno, nè la durata temporale di molte età  ha ricompensato i posteri di quegli stranieri offesi. Molti di loro vissero e morirono senza che il caso delle loro sofferenze trovasse udienza e fosse determinato secondo equità; e con un certo grado di dolore per la sfrenatezza, la vanità e la superficialità troppo comuni tra di noi come società civile, anche quando un grave peso di procedimenti ingiusti incombe su di noi, io ora esprimo queste cose con un sentimento di amore universale, come anche nell’interesse delle creature mie compagne in generale.


Supponiamo che un giovane inoffensivo, quaranta anni fa, fosse stato preso con la violenza dalla Guinea e qui come schiavo avesse lavorato fino alla vecchiaia. E avesse figli ora viventi. Sebbene nessuna somma possa essere considerata una pari ricompensa per la totale  privazione della libertà, tuttavia se le sofferenze di quest’uomo sono calcolate a non più di cinquanta sterline, mi aspetto che degli uomini sinceri reputino la somma entro i limti e che i suoi figli ne abbiano un giusto diritto.

Cinquanta sterline al tre per cento, cui si aggiungono gli interessi al capitale una volta ogni dieci anni, sembrano ammontare in quaranta anni a centoquaranta sterline.


Ora se la nostra mente è completamente priva di pregiudizi relativi alla differenza di colore e se l’amore di Cristo, nel quale non vi è parzialità,  prevale in noi, penso sia chiaro che abbiamo una grande responsabilità come società civile per l’oppressione commessa nei riguardi di gente che non ci ha recato offesa, sembrerebbe che fossimo in grande debito verso di loro.


Concludo con le parole del giudice giusto di Israele: «Eccomi, pronunciatevi a mio riguardo alla presenza del Signore e del suo consacrato. A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l'asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». (Samuele 12,3)

 

Fonte: The Journal and Major Essays of John Woolman, a cura di Philips P. Moulton (New York, OUP 1971). Originariamente pubblicato postumo nel 1793, ma credo sia stato scritto nel 1763-1764. Ho letto questo testo nella sua prima edizione a Pendle Hill. È uno dei testi più profondi a questo mondo come quello di Lev Tolstoj, La cristianità di Cristo.



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