UNA SUPPLICA
PER I POVERI,
O UNA PAROLA DI RICHIAMO E AMMONIMENTO AI RICCHI
JOHN
WOOLMAN, QUACCHERO, 1720-1772
Capitolo
primo
La ricchezza
desiderata come fine a se stessa impedisce la crescita della
virtù, e grandi
proprietà nelle mani di persone egoiste hanno una cattiva
tendenza, perché per
loro mezzo solo un esiguo numero di persone vengono impiegate in
cose utili; e
quindi essi, o
alcuni di loro, debbono
lavorare troppo duramente, mentre per altri, che desidererebbero
un impiego per
guadagnarsi il pane, non sono stati inventati che impieghi che
servono solo a
compiacere una mente vana.
L’affitto
della terra è spesso così alto che coloro che hanno solo un
piccolo patrimonio
trovano difficile prendere
in affitto
una piantagione; mentre
gli affittuari
che sono sani e prosperi negli affari hanno spesso occasione di
faticare più
duramente di quanto abbia inteso il nostro grazioso Creatore.
Si vedono
spesso al lavoro buoi e cavalli quando, per il calore e la
troppa fatica, i
loro occhi e la sensibilità del loro corpo manifesta che sono
oppressi. Il
carico dei carri è spesso così pesante che quando sono stanchi
di trascinarli,
i loro guidatori nel risalire colline o attraversare pantani approfittano
dell’occasione per
ravvivarne lo spirito frustandoli perché avanzino. Molti poveri
sono così
immersi nelle loro occupazioni che trovano difficile provvedere
un riparo
adeguato ai loro animali nelle grandi tempeste.
Queste cose
sono comuni quando sono in buona salute, ma, quando sono malati
o inabili al
lavoro per la perdita di creature o affari mal riusciti, molti
sono al limite;
e così la maggior parte dei loro guadagni va a pagare l’affitto
annuale o
interessi al punto che non hanno di che prendere in affitto
quanto il loro caso
richiederebbe. Per cui una donna povera nell’avere cura dei suoi
figli, nel
provvedere per la famiglia e
nell’aiutare I malati, lavora per quanto tempo sarebbe
conveniente per
due o tre persone; e gli onesti fanno fatica a dare una
conveniente istruzione
ai loro figli. Il denaro che I ricchi ricevono dai poveri, che
fanno più di
quanto loro dovuto per guadagnarlo, è spesso pagato ad altri
poveri per fare un
lavoro estraneo al all’uso vero delle cose.
Gli uomini
che hanno grandi proprietà e vivono nello spirito di carità, che
ispezionano
con cura le condizioni di coloro che occupano le loro proprietà,
essendo giusti
per principio, fanno del bene ai poveri senza considerarlo un
atto di
generosità. Il loro esempio nell’evitare ogni cosa superflua
tende a
incoraggiare gli altri alla moderazione. La loro bontà nel non
esigere ciò che
la legge o le usanze darebbero lo diritto tende ad aprire il
canale diretto
alla fatica moderata in affari utili e a scoraggiare quei rami
degli affari che
non si fondano sulla vera saggezza.
Occuparsi di
ciò che è solo vanità e serve solo a compiacere la mente
instabile tende a
formare un’alleanza con coloro che promuovono tale vanità ed è
una trappola
nella quale cadono molti commercianti poveri. È molto più
conforme al carattere
e all’inclinazione di un uomo onesto occuparsi di cose che
abbiano connessione
con la virtù.
Mentre le
persone industriose e frugali sono oppressi dalla povertà e
costretti a un
eccesso di fatica in cose utili, il modo per utilizzare il
denaro senza
orgoglio e vanità rimane accessibile a coloro che veramente sono
in sintonia
con quelli che hanno varie difficoltà.
Capitolo
secondo
Il creatore
della terra ne è il proprietario. Ce la ha data, e la nostra
natura richiede il
nutrimento che ne è il prodotto. Poiché egli è mite e
misericordioso, noi come
sue creature, quando viviamo in modo conforme al progetto della
nostra
creazione, abbiamo diritto a una equa sussistenza della quale nessuno può con
diritto deprivarci. Per mezzo
di accordi e contratti stipulati dai nostri padri e predecessori
e per mezzo di
nostre azioni e procedure,
alcuni
reclamano una porzione di questo mondo maggiore di quella di
altri, e se questi
possedimenti sono veramente utilizzati per il bene comune, ciò è
equo. Ma colui
che per autoesaltazione fa sì che alcuni facciano faticare I
loro animali
domestici senza moderazione, e se con il denaro che ne ricava
impiega altri nei
lussi della vita, egli agisce in modo contrario al grazioso
progetto di colui
che il vero proprietario della
terra; e nessun possedimento,
nè
acquisito né ereditato dagli antenati, giustifica tale condotta.
La bontà
deve rimanere bontà, e l’inclinazione alla pura saggezza è
obbligatotira per
tutte le creature ragionevoli — che leggi e usanze non siano la
misura dei nostri
procedimenti se non
sono fondate sulla
giustizia universale.
Sebbene i
poveri occupino le nostre proprietà in base a un accordo al
quale nelle loro
misere condizioni hanno aderito, e se chiediamo anche meno di un
puntuale
adempimento dell’accordo, tuttavia, se
la nostra intenzione è quella di accumulare ricchezze o
vivere secondo
consuetudini che non sono fondate nella Verità, e se le nostre
richieste sono
tali da richiedere che essi debbano faticare e applicarsi alla
loro occupazione
più di quanto convenga all’ amore puro, in questo caso invadiamo
il loro
diritto di abitanti di quel mondo del quale è proprietario un
Dio buono e
caritatevole, del quale tutti siamo affittuari.
Se tutto ciò
che è superfluo e il desiderio di grandezza esteriore fossero
messi da parte e
ci si attenesse universalmente al giusto utilizzo delle cose, un
tale numero di
persone potrebbero impiegarsi in cose utili cosicché una fatica
moderata con la
benedizione del cielo sarebbe sufficiente
per tutti i buoni
impieghi di
uomini e animali e un numero sufficiente di persone avrebbero
tempo libero per
dedicarsi alle occupazioni proprie della società civile.
Capitolo
Terzo
Mentre la
nostra forza e il nostro spirito sono vivaci affrontiamo
allegramente le nostre
occupazioni. Troppa
azione o troppa poca
risultano faticose, ma una giusta misura
è salutare per il nostro corpo e gradevole a una mente
onesta.
Ove gli
uomini possiedono grandi proprietà, essi si trovano in
condizione di essere
messi alla prova. Avere il potere di vivere senza difficoltà ciò
che dà luogo a
molta fatica e allo stesso tempo limitarsi a quell’uso delle
cose prescritto
dal nostro Redentore e confermato dal suo esempio e da quello di
molti che
vissero nella prima età della chiesa cristiana, cosicché
potessero più
facilmente dare rilievo a opere di carità — vivere in questo
modo per gli uomini
che hanno grandi proprietà
richiede grande
attenzione all’amore
divino.
Il nostro
grazioso Creatore si preoccupa e provvede per tutte le sue
creature. La sua
tenera misericordia si estende su tutte le sue opere; e nella
missura in cui il
suo amore influisce sulla nostra mente, in questa misura, noi ci
interessiamo
alla sua opera e desideriamo non perdere alcuna opportunità per
alleviare il
disagio degli afflitti e accrescere la felicità
della creazione. Quì abbiamo la prospettiva
diell’interesse comune dal
quale il nostro è inseparabile — cosicché volgere tutti i tesori
che possediamo nel
canale dell’amore universale diviene l’occupazione della nostra
vita. Gli
uomini di grandi mezzi i cui cuori si sono così allargati sono
come padri per i
poveri, e osservando i propri fratelli in difficoltà e
considerando la loro più
facile condizione, trovano spazio per una umile meditazione e
avvertono la
forza dell’ obbligazione cui sono enuti di essere gentili e
teneri di cuore
verso di essi.
I poveri
allieviati del loro carico e liberati da una eccessiva
applicazione al lavoro
sono liberi di assoldare altri per
assisterli, avere
buona cura dei
loro animali, e trovare il tempo per fare visita ai loro
conoscenti come si
conviene a una corretta vita sociale.
Quando
questi riflettono sull’opportunità che quelli hanno avuto di
opprimerli, e
prendono in considerazione la bontà della loro condotta, allora considerano ciò
amorevole e coerente
con la fratellanza; e come l’uomo la
cui mente è conforme all’amore universale ha fiducia in Dio e
trova un
saldo motivo per
resistere a ogni
cambiamento e rivoluzione che avviene tra gli uomini, così anche
la bontà della
sua condotta tende
a diffondere una
disposizione gentile
e benevola nel
mondo.
Capitolo
quarto
Il nostro
santo Redentore nel darci indicazioni su come comportarci gli
uni verso gli
altri fa appello al nostro sentimento: “Come voi vorreste che gli altri si
comportassero con voi, così
dovete comportarvi con loro” (Matteo 7,12). Ora quando taluni
vivono
nell’abbondanza sul lavoro degli altri, e non hanno loro stessi
mai
sperimentato il duro lavoro, vi è
spesso
il pericolo che essi non avvertano correttamente la condizione
del lavoratore,
e siano quindi poco qualificati a dare giudizi veritieri verso
di loro, non
sapendo cosa essi stessi desiderebbero se dovessero lavorare
duramente da un
anno all’alttro per provvedersi del necessario alla vita e in
più pagare alti
affitti — per cui è bene che quelli che vivono nell’abbondanza
si sforzino di avere
tenerezza di cuore e accrescere le opportunità di conoscere le
durezze e le
fatiche di coloro che lavorano per guadagnarsi da vivere, e
riflettano
seriamente fra di loro: Sono io influenzato da vera carità nello
stabilire
tutte le mie esigenze? Forse che desidero mantenere abitudini
dispendiose
perché così vivono I miei conoscenti. Dovessi faticare come essi
fanno per
sostenere se stessi e I loro figli in una condizione simile alla
mia, nel modo
in cui essi e I loro figli lavorano per noi, non potrei
cambiare, prima di
accedere ad accodi di affitti o interessi, nominare alcuni
costosi articoli
attualmente usati da me e nella mia famiglia che non sono
veramente necessari e
la cui spesa potrebbe quindi essere diminuita? E non dovrei in
tal caso
fortemente desiderare di abbandonare quelle inutili spese,
cosicché in quanto
meno rispondono al loro modo di vita, I termini potrebbero
essere più semplici
per me?
Se un uomo
ricco, dopo profonda riflessione, trova
nella sua coscienza la prova che
ci sono alcune spese cui si è abbandonato in quanto conformi
alle usanze, le
quali potrebbero essere omesse in accordo con un progetto di
vita vero, e che
vorrebbe fossero cessati se dovesse scambiare il proprio posto
con coloro che
occupano la sua proprietà — chiunque sia risvegliato al
sentimento troverà del tutto
obbligatoria l’ingiunzione:”Fai lo stesso verso di loro”.
L’amore divino non
impone comandamenti rigorosi e irragionevoli, ma con grazia
indica lo spirito
di fratellanza e la via per la felicità, per raggiungere la
quale è necessario
che ci spogliamo di tutto ciò che è egoistico.
Capitolo
quinto
Affrontare
una serie di difficoltà e languire sotto l’oppressione porta le
persone a una
certa conoscenza di queste. Per far rispettare il dovere della
tenerezza verso
I poveri, il Legislatore ispirato ricordò ai figli di israele la
loro passata
esperienza: “Conoscete il cuore di una straniero visto che siete
stati
stranieri nella terra di Egitto” (Ex.23,9). Colui che è stato
straniero tra
gente crudele o sotto il governo di coloro che hanno duro il
cuore sa come ci
si sente; ma una persona che non ha mai avvertito il peso del
potere mal
applicato non perviene a questa conoscenza se non per una intima
tenerezza
nella quale il cuore è preparato a simpatizzare con gli altri.
Possiamo
riflettere sulla condizione di un uomo povero e innocente, il
quale con la sua
fatica contribuisce a
mantenere uno
della sua specie più ricco di lui, sul quale il ricco per
desiderio di
ricchezza e lussi impone pesi gravosi. Quando il lavoratore
considera le
risorse del suo pesante carico e pensa che questa grande fatica
e sforzo gli
sono imposti per sostenere ciò che non ha fondamento nella vera
saggezza,
possiamo ben supporre che insorga un fastidio nella sua mente
verso coloro che
potrebbero senza il minimo disturbo comportarsi in modo più
favorevole a lui.
Quando considera che è per mezzo della sua operosità che una
creatura a lui
affine viene beneficiata, e vede che quest’uomo molto ricco non
si soddisfa di
essere mantenuto in modo semplice — ma per gratificare un
desiderio sbagliato e per
conformarsi a usanze sbagliate accrwsce all’estremo le fatiche
di coloro che
occupano la sua proprietà —
possiamo
ragionevolmente giudicare che egli si considererà abusato.
Quando egli
considera che le procedure dei ricchi sono gradite alle usanze
dei tempi e non
vede modo di raddrizzare questo mondo, come non dovrebbe
l’intimo sospiro di
una persona innocente ascendere fino al trono di quel grande,
benevolo Essere
che ci ha creati tutti e ha cura costante delle sue creature? Se
consideriamo
queste cose in modo veritiero possiamo farci un’idea della
condizione degli
innocenti oppressi dai ricchi. Ma colui che lavora duramente da
un anno
all’altro per fornire ad altri ricchezze e cose superflue, che
fatica e pensa,
e pensa e fatica, finchè per il carico eccessivo è stanco e
oppresso, costui
comprende il significato del detto: “Tu conosci il cuore di uno
straniero, dato
che sei stato straniero in terra d’Egitto.”
Se molti che
oggi si concedono uno stile di vita che dà luogo a più fatica nel mondo
di quanta l’Infinità
Bonta intenda per l’uomo, e tuttavia hanno compassione per
quelli che sono in
ristrettezze di cui si accorgono, se questi per un po’
scambiassero la loro
situazione con quelli, se potessero acquisire con regolarità la
conoscenza del
cuore di uno straniero e pervenissero a una conoscenza che gli
permettesse di
sentire la difficle posizione e le durezze che molte povere,
innocenti persone
attraversano nel corso di una vita nascosta, oscura, se coloro
che ora vivono
sontuosamente ogni giorno dovessero rappresentare l’altra pearte
della scena
per sette volte, e ritornassero poi alla loro precedente
situazione, credo che
molti di loro abbraccerebbero un modo di vivere meno dispendioso
e
alleggerirebbero il pesante carico di alcuni che ora per
mantenerli faticano da
loro ignorati e affrontano ristrettezze di cui essi conoscono
ben poco.
Vedere delle
povere creature a noi simili sopportare difficoltà delle quali
non siamo
affatto complici tende a suscitare
tenerezza nella mente di
ogni persona ragionevole, ma se prendiamo in considerazione la
condizione di
coloro che sono oppressi per soddisfare le nostre esigenze, che
lavorano
lontano dalla nostra vista e sono spesso faticano per noi mentre
noi passiamo
il tempo nell’abbondanza, se considerassimo che molto meno di
quello che
esigiamo basterebbe a fornirci delle cose veramente necessarie,
quale cuore non
si intenerirebbe, o quale uomo ragionevole non si asterrebbe dal
mitigare quel
doloro di cui egli stesso è la causa quando potrebbe farlo senza
incomodo?
Concluderò con le parole del profeta Ezechiele (cap.34, verso
18) “Ti
sembra...” etc. [poca cosa esserti divorato il pascolo del
povero, ma devi
calpestare con i
piedi quello che rimane
dei tuoi pascoli?”]
Capitolo
sesto
Le persone
esaurite per l’eccessivo lavoro spesso assumono forti bevande per
ravvivarsi. Se più uomini fossero
più utilmente impiegati e ce ne fossero meno che si guadagnano
il pane come
ricompensa perché fanno cose inutili, allora il cibo e il
vestiario sarebbero,
secondo una ragionevole stima, più proporzionati alla fatica di
quanto lo siano
ora. In procedimenti consoni a una sana saggezza una piccola
parte della fatica
quotidiana potrebbe essere sufficiente a far circolare con
facilità una
acconcia corrente in tutti i canali della società; e questa
porzione di lavoro
potrebbe essere suddivisa e fatta nelle parti più propizie del
giorno cosicché
le persone non dovrebbero avere scuse per assumenre forti
liquori come avviene
ora.
Quesito: Se
4 uomini, ciascuno dei quali lavora 8 ore al giorno, raccolgono 200 stai di
segale in 60 giorni,
quante ore devono lavorare 5 uomini per fare lo stesso lavoro
nello stesso
tempo? Risposta 6 ore e 24 minuti. La quantità di rum e alcolici
importati e
fatti nelle colonie è grande! E non possiamo certo supporre che
così tanti
barilotti di questo liquore possano essere bevuti ogni giorno
nel nostro paese
senza vere un potente effetto sul nostro comportamento. Quando
le persone non
riescono ad agire e assumono questi liquori non solo come un
sollievo per
quanto hanno faticato ma per sostenersi nel proseguire dato che
non hanno tempo
sufficiente per riaversi riposando, ciò li allontano
gradatamente da quella
calma di pensiero che assiste coloro che con costanza applicano
il loro cuore
alla vera saggezza. Gli
alcolici accesi
dall’eccessivo moto del corpo e
ravvivati da
forti bevande — che questo renda una persona inabile a seri
pensieri e
divina meditazione non credo sarà negato; e dal momento che
moltissimi si
attengono alla pratica di non assumerne in
quantità tale da impedire loro di curare i loro affari
esteriori, questa
abitudine deve essere presa in seria considerazione. Ma siccome
per la bontà
divina ho trovato che c’è un modo più quieto, calmo e felice che
siamo
destinati a intraprendere. Mi ritengo obbligato ad esprimere ciò
che sento nel mio
cuore riguardo a questa
questione.
Come è
nostro dovere nutrire lo
spirito
dell’amore e della mitezza, così lo è anche evitare quelle cose
che sono loro
avverse. Ogni grado di lusso di qualsiasi tipo e ogni richiesta
di denaro non
coerente con l’ordine divino ha una qualche connessione con
fatiche non
necessarie. Per la troppa fatica gli spiriti sono esausti e la
persone cercano
l’aiuto di forti bevande; e l’uso
frequente di forti bevande ha un effetto sulla mente che si
oppone alla Spirito
Santo. Ciò è chiaro quando gli uomini ne assumono così tante da
sospendere
l’uso della ragione, e sebbene vi siano gradi
in questa opposizione, e sebbene un uomo quasi ubriaco
possa essere
ulteriormente allontanato da quella disposizione d’animo nella
quale Dio è accettabilmente
venerato, tuttavia una persona che sia quasi abbattuta per il
troppo fare e
ravvivato da liquori senza tuttavia essere ubriaco compie
un’ingiuria verso se
stesso a una grado
minore della stessa
cosa, e la lunga
consuetudine danneggia
necessariamente la mente e il corpo. Nella natura delle persone
c’è un certo
grado di somiglianza con il cibo e l’aria ai quali sono stati
esposti fin dalla
gioventù. Ciò appare di frequente chiaro in coloro che separati
dalla loro aria
natia e dalla loro dieta usuale si indeboliscono e si ammalano
perché ne
necessitano. E neppure è ragionevole supporre che così tante
migliaia di barili
di questo infiammabile liquore possano essere bevuti ogni anno,
e questa
pratica continuata di anno in anno, senza che essa alteri in
qualche grado la
natura degli uomini e renda la loro mente meno adatta a ricevere
amandola la
pura Verità.
Quando molti
che mostrano un
qualche rispetto per la
pietà si conformano tuttavia in qualche grado a quei modi di
vivere e
accumolare ricchezza che accresce la fatica oltre i limiti
fissati dalla
saggezza divina, il mio desiderio è che essi prendano in
considerazione la
connessione delle cose in modo da fare attenzione, per tema che
esigendo dai
poveri più di quanto è consono alla giustizia universale essi
promuovano con la
loro condotta quello cui a parole sono avversi.
Ammassare
ricchezza per un’altra generazione attraverso la fatica
eccessiva di coloro che
in qualche misura dipendono da noi significa fare del male nel
presente, senza
sapere che la nostra ricchezza, raccolta in tal modo, può essere
male usata
quando ce ne saremo andati. Lavorare troppo duramente o farlo
fare ad altri,
sebbene possiamo vivere con agio seguendo consuetudini cui
Cristo nostro
Redentore si oppose con il suo esempio nei giorni
dell’incarnazione, e che sono
contrari all’ordine divino, significa concimare il terreno per
propagare un
cattivo seme in terra.
Coloro che
approfondiscono queste considerazioni e vivono sotto la loro
influenza
sentiranno queste cose così gravose e i loro cattivi effetti
così estesi
che sarà evidente
la necessità per
ciascuno di attenersi alla saggezza divina, e quindi di essere
diretti nel
giusto uso dele cose, opponendosi al costume dei tempi, e di
essere sostenuti
per poter sopportare pazientemente i rimproveri che toccano
all’eccentricità.
Adattarsi un po’ a un modo sbagliato rinforza la mano di coloro
che portano
all’estremo le abitudini sbagliate; e più una persona appare
virtuosa e seria,
più potentemente il suo conformarsi agisce in favore di coloro
che fanno il
male. Metti da parte la professione di una vita pia e la gente si aspetterà
poca o nulla istruzione
dall’esempio. Ma se professiamo in tutti i casi di vivere
opponendoci a ciò che
è contrario alla giustizia universale, quali espressioni sono
giuste per il
soggetto, o che lingua è sufficiente per
sostenere la forza di quegli obblighi ai quali dobbiamo
sottostare per tema di
far cadere in errore altri con il nostro
esempio.
Capitolo
settimo
La
citazione da Matteo non corrisponde
Nel
prenderci cura dei nostri figli dovremmo cedere alla propensione
di
preoccuparci a quanto può avvenire quando ce ne saremo andati, dopo la morte non
possiamo più considerare
con piacere questa tendenza. Se per mezzo della nostra ricchezza
li rendiamo
grandi senza essere pienamente persuasi che
non potremmo disporne in modo migliore, e quindi li
rendiamo capaci di
comportarsi duramente con altri più virtuosi di loro, ciò
potrebbe dopo la
morte non darci maggior soddisfazione di quanto se con questo
tesoro avessimo
innalzato questi altri ad di sopra dei nostri e dato loro il
potere di
opprimere I nostri.
Nel caso in
cui un uomo possedesse tanta buona terra quanta sarebbe
sufficiente per venti
persone industriose e frugali e si aspettasse di esserne il
legittimo erede e
intendesse dare questa grande proprietà ai suoi figli, ma
scoprisse da ricerche
riguardo al titolo che mezza di questa proprietà fosse
indubbiamente di
proprietà di un certo numero di orfani i quali per virtù e
intelligenza gli
apparissero così promettenti come ì
propri figli — questa scoperta gli darebbe l’opportunità di
considerare
se nutrisse un qualche interesse distinto dall’interesse di quei bambini.
Alcuni di noi hanno
proprietà sufficienti per far vivere i nostri figli e
altrettanti se tutti
impiegassero il loro tempo in faccende utili e vivessero in
quella semplicità
che è consona al
carattere dei veri
discepoli di Cristo, e non avessero ragione di credere che i
nostri figli dopo
di noi si applicherebbero a scopi benevoli più di quanto non
farebbero alcuni
poveri bambini di nostra conoscenza se le avessero; e tuttavia
se credessimo che
dopo il nostro decesso queste proprietà andrebbero ugualmente
divise tra i
nostri figli e un pari numero di questi bambini, ciò
probabilmente ci
causerebbe inquietudine. Questo può mostrare a una persona
riflessiva che per
redimersi da ogni residuo di egoismo, per avere una universale
sollecitudine
per le nostre creature
compagne e amarle
come le ama il nostro Padre Celeste, dobbiamo costantemente
occuparci
dell’influsso dello Spirito.
Quando il
nostro cuore arriva a contemplare la natura dell’amore divino,
lo consideriamo
armonioso; ma se consideriamo con attenzione quel moto di
egoismo che ci
renderebbe inquieti nell’apprendere ciò che è in sé ragionevole,
e che separato
da preconcetti e aspettative apparirà così, ne scorgeremmo
l’incongruenza
perché la fonte di inquietudine è nel futuro e non avrebbe
effetto sui nostri
figli fino a che non fossimo rimossi in quello stato dell’essere
nel quale non
è possibile che noi traiamo diletto in una qualsiasi cosa che
fosse contraria
al principio dell’amore universale.
Quando il
naturale desiderio
di superiorità che è
in noi, se gli lasciamo spazio, si estende a quei nostri
favoriti che ci
aspettiamo ci succederanno, e quando il nostro anelare alla
ricchezza e al
potere per loro accresce grandemente il peso dei poveri e
incrementa il male
della cupidigia di questa età, ho spesso desiderato in segreto
che nel provvedere
per i posteri possiamo
tenere a mente la purezza di quel
resto che è preparato per il popolo del Signore, l’impossibilità
di trarre
piacere da quasiasi cosa diversa dalla giustizia universale, e
quanto sia cosa
vana e debole dare ricchezza e potere a coloro che non appaiono
propensi ad
applicarli al bene generale quando ce ne saremo andati.
Come
cristiani tutto quello che possediamo è dono di Dio. Ora nel
distribuirlo ad
altri agiamo come suoi amministratori ed è nostra condizione
agire in modo
consono a quella saggezza divina che Egli graziosamente dà ai
suoi servi. Se
l’amministratore di una grande famiglia per egoistico
attaccamento a
circostanze particolari si appropria di quello che gli è stato
affidato e lo
elargisce con larghezza ad alcuni a detrimento di altri e con
danno di colui
che lo impiega, egli si dissocia e diviene
indegno di quell’incarico.
La vera
felicità dell’uomo in questa vita e in quella che verrà consiste
nell’essere
unito interiormente alla fonte di amore e beatitudine
universali. Quando
facciamo provvedimenti
per i nostri
posteri e prendiamo disposizioni che non avranno affetto finché
non saremo in
un altro stato dell’essere, se in ciò agiamo in modo contrario
all’amore
universale e alla giustizia, tale condotta necessariamente ha
origine da un
falso egoistico piacere nel gestire la cosa in modo sbagliato, e
in questa non
potremo trarre piacere quando le nostre disposizioni saranno
attuate. Se
infatti noi, dopo tali disposizioni e quando è troppo tardi per
pentirsi,
raggiungiamo quello stato purificato che il nostro Redentore
pregò suo Padre
che il suo popolo potesse raggiungere — di essere uniti al Padre
e al Figlio — un sincero
pentimento per tutto ciò che è stato fatto con volontà separata
dall’amore
universale deve precedere questa santificazione interiore; e
sebbene in tale
profondo pentimento e riconciliazione tutti i peccati siano
perdonati e i
dolori rimossi dimodoché le nostre precedenti malefatte non
possano più
affliggerci, tuttavia la nostra parziale
determinazione in favore di coloro che abbiamo amato di
un amore
agoistico non può concederci alcun piacere. E se dopo tale
sistemazione
egoistica le nostre volontà
permangono
in uno stato opposto alla sorgente della luce e dell’amore
universale, ci sarà
un golfo insormontabile tra l’anima e la vera felicità, e niente che sia stato fatto in
questa volontà
separata ci darà piacere.
Capitolo
ottavo
Adoperarsi
per raggiungere l’amore divino nel quale l’anima è liberata dal
potere
dell’oscurità è il grande compito della vita dell’uomo.
Ammucchiare ricchezze,
coprire il corpo con un abbigliamento raffinato, costoso e
possedere magnifica
mobilia è contrario all’amore universale e tende a nutrire
l’ego, dato che il
desiderio di queste cose non è proprio dei figli della Luce.
Colui che ha
inviato i corvi a nutrire Elia nel deserto, e accresciuto i
poveri resti di
cibo e olio della povera vedova, è ora ugualmente attento alle
necessità del
suo popolo e dice:” Siete figli e figlie miei ” (Cor. 2, 6-18) —
coloro che
sanno quanto Egli sia un padre grazioso non possono desiderare
maggiore
felicità.
La gran
parte di ciò che è necessario per la vita è così deperibile che
ogni
generazione ha occasione di faticare per ciò; e quando guardiamo
u un’età
siccessiva con mente influenzata dall’amore universale,
cerchiamo di non
esimere alcuni da quelle preoccupazioni che necessariamente
fanno parte della
loro vita, e danno loro il potere di opprimere altri, ma
desideriamo che
possano essere tutti figli di Dio per vivere con quella umiltà e
ordine che si
confanno alla sua famiglia. Una volta che i nostri cuori si
siano così aperti
e allargati, ci
sentiamo contenti di
fare uso di cose così estranee al lusso e allo sfarzo seguendo
l’esempio del
nostro Redentore.
Nel
desiderare la ricchezza per il potere e la raffinatezza che
conferisce e
ammassandola per questo motivo, si può propriamente chiamare
ricco un uomo la
cui mente sia mossa da un impulso distinto dai progetti del
Padre e che non può
unirsi alla società celeste, nella quale Dio è la forza della
vita, prima di
essere liberato da questo progetto contrario.
“È più
facile”, dice il nostro Salvatore,”che un cammello passi nella
cruna di un ago
che un ricco entri nel regno di Dio” (Marco 10, 25). Qui nostro
Signore usa una
similitudine istruttiva, perché come un cammello in quanto tale
non può passa
nella cruna di un ago, così un uomo che si affida alle ricchezze
e le detiene
per il potere e la raffinatezza che conferiscono non può in tale
spirito
entrare nel regno. Ora ogni parte di un cammello può essere così
rinpicciolita
da passare da un buco piccolo come la cruna di un ago, tuttavia
tale è la mole
della creatura, e la durezza dei suoi ossi e denti, che ciò non
si potrebbe
ottenre senza grande fatica. Così l’uomo deve abbandonare quello
spirito che
gli fa bramare ricchezze, e ridursi a una diversa disposizione
prima di
ereditare il regno, nello
stesso modo in
cui un cammello deve abbandonare
la
forma di cammello per passare dalla cruna di un ago.
Quando
nostro Signore disse al giovane ricco: ”Vai a vendere quello che
hai e dallo ai
poveri”(Marco 10,21) , sebbene sarebbe stato certamente suo
dovere fare così,
tuttavia il limitarsi a vendere tutto come dovere di ogni vero
cristiano
significherebbe limitare il Santo. I figli obbediento cui è
stata affidata una
considerevole sostanza materiale attendono la saggezza per
disporre di questa
secondo la volontà
di colui nel quale
“l’orfano di padre trova misericordia” ( Osea 14,3). Può non
essere il dovere di
ciascuno affidare le proprie sostanze ad altre mani, ma di
guardarsi attorno di
tanto in tanto tra le numerose ramificazioni della grande
famiglia, come disse
il suo amministratore: ”Lascia i tuoi figli orfani, io li
manterrò in vita; e
lascia che le tue vedove abbiano fiducia in me” (Geremia 49,11).
Ma come
discepoli di Cristo, sebbene siano stati loro affidati grandi
beni, può darsi
che essi non si conformino a uno stile di vita lussuoso o
sontuoso. Infatti se
il possesso di grandi tesori fosse stato ragione sufficiente per
fare bella
figura nel mondo, allora Cristo nostro Signore, che era aveva un
inesauribile
magazzino e essendo in certo senso
superiore alle comuni operazioni di natura riforniva
migliaia di persone
di cibo, non sarebbe vissuto in così tanta semplicità.
Quello che
equamente possediamo è un dono che Dio ci fa; ma tutte le cose
furono create
per mezzo del Figlio. Ora colui che dà forma alle cose dal
niente — che crea e
avendo creato possiede — è veramente più ricco di colui che
possiede perché ha
ricevuto doni da un altro. Se una profonda conoscenza e un
titolo elevato
fossero stati sufficienti per fare una splendida figura,
l’avrebbe fatta. Disse
alla donna di Samaria molte cose sul suo passato, menzionò la
morte di Lazzaro,
e rispose allo scriba che lo reputava blasfemo
senza avere informazioni e avendo uno spirito
incommensurabile conosceva
ciò che era nell’uomo. Il titolo di Signore
gli era proprio, né fu più giustamente dato ad alcuno —
che in
terra nessuno gli era pari per ricchezze, saggezza e grandezza;
e dato che
viveva in perfetta semplicità
e candore,
neppure il più importante della
sua
famiglia può grazie al suo status reclamare il diritto di vivere
nello sfarzo
mondano senza con ciò contraddire
la sua
dottrina che dice: “È sufficiente che il discepolo sia come il
maestro”.
(Matteo 10,25)
Capitolo
nono
Quando i
nostri occhi sono così onesti da discernere con chiarezza lo
spirito egoistico,
lo reputiamo il maggiore di tutti i tiranni. Alcune migliaia di
innocenti al
tempo degli imperatori romani, essendosi confermati nella verità
della
religione di Cristo per il potente effetto esercitato su di loro
dallo Spirito
Santo ed essendosi rifiutati di conformarsi ai riti pagani,
furono perciò messi
a morte con crudeli e protratti tormenti, come ampiamente
riportato da Eusebio.
Ora se noi scegliamo Domiziano, Nerone e qualsiaso altro di
questi imperatori
persecutori, l’uomo, per quanto terribile ai suoi tempi, ci
apparirà come un
tiranno di scarsa importanza messo a confronto con lo spirito
egoistico.
Infatti sebbene i suoi limiti fossero ampi la gran parte del
mondo era fuori
della sua portata; e sebbene affliggesse grandemente i corpi di
quegli
innocenti, tuttavia l’animo di molti era divinamente sostenuto
nelle peggiori
agonie e rimanendo fedeli fino alla morte erano liberi della sua
tirannia. Il
suo regno per quando crudele per un certo tempo era presto
finito ed egli, pur
considerato nel suo maggior fasto,
sembra essere stato schiavo dello spirito egoistico. Così
la tirannia,
applicata all’uomo, si erge e presto ha fine. Ma se consideriamo
le numerose
oppressioni in molti stati e
le calamità
causate dalle contese tra le nazioni in
varie parti ed epoche del mondo, e se poniamo mente al fatto che
l’egoismo è
stato la causa principale di loro tutte; se consideriamo che
coloro che sono
posseduti da questo spirito egoistico non solo affliggono gli
altri ma anche se
stessi e non hanno vera tranquillità nè in questa vita né nella
futura, ma
secondo il detto di Cristo hanno la loro parte di quella scomoda
condizione
“dove il verme non muore, e il fuoco non si estingue” (Marco
9,48); in questa
circostanze quanto appare terribile questo egoismo?
Se
consideriamo lo scempio di questa età, e come molti sono
incalzati, sforzandosi
di acquisire tesori per compiacere quella
mente che si allontana
dalla perfetta rassegnazione e in quella sapienza che è follia
per Dio
pervertono il corretto uso delle cose, affatcandosi come nel
fuoco,
contrastandosi l’uno con l’altro fino al sangue, ed esercitando
il loro potere
per vivere in modi contrari alla vita di uno tatalmente
crocifisso per il
mondo; se consideriamo quali grandi numeri di persone sono
impiegati nei
diversi regni nel preparare
materiali di
guerra, e la fatica e il duro lavoro degli eserciti impegnati
nel proteggere i
loro rispettivi territori
dalle
incursioni degli altri, e le grandi miserie che accompagnano le
loro
prestazioni; mentre molti di quelli che coltivano i campi e sono
impiegati in altre utili
occupazioni — per sostenere se stessi e coloro che sono
impegnati in
affari militari, e quelli che possiedono il suolo — devono
affrontare grandi difficoltà per la troppa fatica; altri invece
in vari regni
si danno da fare per procurarsi da parti lontane del mondo
l’aiuto di uomini
che trascorrono il resto della loro vita nella scomoda
condizione di schiavi e
ciò è al fondo di questi procedimenti — in tutta questa
confusione e queste scene di dolore e angoscia possiamo noi
ricordarci del
Principe della Pace, ricordarci che siamo suoi discepoli, e
ricordare
quell’esempio di umiltà e semplicità che ci ha proposto senza
sentire un onesto
desiderio di liberarci da tutto ciò che è connesso con
egoistiche usanze di
cibo, di abbigliamento, di abitazione, e di tutte le altre cose;
appartenendo
alla famiglia di Cristo e camminando come Lui camminava,
possiamo ergerci in
quel rigore nel quale l’uomo fu creato ed evitare la compagnia
di quelle
invenzioni che gli uomini nella loro decaduta sapienza hanno
ricercato. Nello
spirito egoistico risiede l’idolatria.
Se il nostro beato Redentore rese possibile che la sua famiglia
dovesse
sopportare grandi rimproveri e patire crudeli tormenti fino
anche alla morte
per testimoniare contro l’idolatria di quei tempi, possiamo noi
considerare il
prevalere dell’idolatria sotto diverso aspetto senza essere
invidiosi di noi
stessi se non ne facciamo sconsideratamente parte?
Quei fedeli
martiri si rifiutarono di gettare l’incenso nel fuoco, sebbene
avrebbero così
potuto sfuggire a una morte crudele. Gettare nel fuoco un
materiale profumato
per dare un piacevole odore — considerando ciò separato da altre
circostanze — sembrerebbe
di poca importanza; ma dato che
avrebbe significato la loro approvazione dell’idolatria, fu
necessaramente
rifiutato dai fedeli. Non possiamo in nessun modo allontanarci
dalla pura
giustizia universale e continuare pubblicamente ciò che non è
consono alla
Verità senza con ciò rafforzare le mani degli ingiusti e fare
ciò è come offrire
incenso a un idolo.
Si dice che
Origene, uno dei primi cristiani, in un momento di scarsa
attenzione e
travandosi in grande difficoltà prese in mano dell’incenso e un
pagano per
spingere la cosa gli prese la mano e gettò l’incenso nel fuoco
sull’altare, e
nel fare ciò fu liberato dai guai esterni, ma in seguito deplorò
molto la sua
condizione come uno caduto da una buona posizione in una
peggiore. Così sembra
che anche una minima accettazione di ciò che è sbagliato sia
molto pericolosa e
il caso di Origene contiene
un’ammonizione
degna di nota.
Capitolo
decimo
Due passeri
non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi
cadrà a terra
senza che il Padre vostro lo voglia. (Matteo 10,29)
Il modo
comune di fare la guerra nel mondo è così lontano dalla purezza
della religione
di Cristo che molti si fanno scrupolo di
parteciparvi. Quelli che sono così redenti dall’amore del mondo
da non
possedere niente con spirito egoistico, la loro “vita è celata
con Cristo in
Dio” (Colonnesi 3,3), e questi li preserva nella rassegnazione,
anche in tempi
di commozione. Poiché non possiedono altro che ciò che attiene
alla propria
famiglia, ansie di ricchezza e dominio hanno poco o niente su
cui agire, e imparano
a essere contenti nell’essere disposti secondo la volontà di lui
che, essendo
onnipotente e sempre attento ai suoi figli, fa sì che tutto
operi per il loro
bene. Ma quando quello spirito che ama le ricchezze agisce, e
nel suo agire
ammassa ricchezze e adotta usanze radicate
nell’autocompiacimento, questo
spirito, che così allontana dall’amore universale, cerca l’aiuto
di quel potere
che risiede nella separatezza; e qualsiasi sia il suo nome,
sempre desidera
difendere i tesori acquisiti. È come una catena nella quale la
fine di un
anello racchiude la fine di un altro.
L’insorgere del desiderio di raggiungere la ricchezza è
l’inizio. Questo
desiderio essendo apprezzato muove all’azione, e le ricchezze
così acquisite
compiacciono l’ego, e mentre l’ego ha vita in loro, desidera
difenderle.
La ricchezza
è mantenuta con il potere, per mezzo del quale si sostengono
affari e
procedimenti contrari alla giustizia universale; e quì
l’oppressione, portata
avanti con politica e ordine mondani, si
camuffa con il nome di giustizia e diviene un seme di discordia
nel terreno; e
come questo spirito che si propaga dalla sua sede prevale, così
il seme della
guerra si gonfia e germoglia e
cresce e
diviene forte fino a che troppi frutti sono maturi. Allora
arriva il raccolto
di cui parla il profeta che è “un mucchio nel giorno della pena,
e del
disperato dolore” (Isaia 17, 11).
Oh, se noi
che ci dichiariamo contrari alla guerra e riconosciamo che la
nostra fede è
solo in Dio, potessimo camminare nella Luce e in questa
esaminare il
fondamento e i motivi per possedere grandi
proprietà! Se potessimo considerare i nostri tesori e la mobilia
della nostra
casa e gli abiti nei quali ci paludiamo
per capire se i semi della guerra traggono nutrimento da
questi nostri
possedimenti oppure no. Possedere tesori con spirito di
autocompiacimento è una
pianta robusta, i cui frutti maturano rapidamente. Il giorno
dell’angoscia
esterna sta arrivando e l’amore divino ci chiama a prepararci.
Ascoltate figli
che avete conosciuto la Luce, e venite avanti! Lasciate tutto
ciò che nostro
Signore Gesù Cristo non possiede. Non reputate il suo modello
semplice e grezzo
per voi. Non pensate che una piccola parte di questa vita sia
troppo poco, ma
viviamo nel suo spirito e camminiamo come Egli ha camminato e ci
preserverà
nelle più grandi difficoltà.
Capitolo
undicesimo
“I cieli
sono i cieli del Signore, ma ha dato la terra ai figli
dell'uomo.” Salmo 115,
16)
Come servi
di Dio quello che possediamo di terra o di proprietà, lo
possediamo come suo
dono; e nell’applicarne i profitti è nostro dovere agire in modo
conforme al
progetto del nostro benefattore. Uomini imperfetti possono
addurre motivi di
affetto fuorviato, ma la perfetta
Saggezza e Bontà risulta gradita alla propria natura. E
questo dono non
è assoluto, ma
condizionato, che
possiamo occupare come figli doverosi e non altrimenti, perché solo lui è il
proprietario. “Il
mondo”, dice, “mi appartiene e tutto quello che è in essa”
(Salmo 24,1).
L’ispirato legislatore ha stabilito che quegli israeliti che
avevano venduto la
loro eredità la dovessere vendere solo per un periodo, e che
essi o i loro figli
dovessere nuovamente goderla nell’anno del Giubileo,
stabilito ogni
cinque anni. “Le terre non si potranno vendere per sempre,
perché la terra è
mia”, dice il Signore, “e voi siete presso di me come forestieri
e inquilini.”
(Levitico 25, 23), il disegno di ciò era di impedire che il
ricco opprimesse il
povero ingrandendo troppo la sua terra. E il nostro beato
Redentore disse:
“Finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o
un apice della
legge passerà, finché tutto non sia compiuto” (Matteo 5, 18)
Quando
l’amore divino è presente nel cuore delle persone ed essi con
costanza agiscono
secondo il principio della giustizia universale, allora il vero
intento della
Legge è compiuto, sebbene i loro modi esterni di procedere
possano risultarne
distinti. Ma quando gli uomini sono posseduti da quello spirito
cui allude il
profeta e nell’esaminare la propria ricchezza dicono nel loro
cuore “Non siamo
forse diventati potenti con le nostre sole forze?” (Amos 6,13) —
in questo
modo si allontanano dalla legge divina e non riconoscono che le
loro ricchezza
appartengono Dio, né
che i deboli e i
poveri hanno diritto a così
tanto di questa crescita, ma invece possono indulgere al
desiderio di
conformarsi allo sfarzo del mondo. E così dove una casa è
aggiunta a una case e
un campo aggiunto a un campo finché non c’è più spazio, e i
poveri vi sono
ristretti, sebbene ciò avvenga per mezzo di affari e compere,
tuttavia, in
quanto in opposizione all’amore universale, fin quì il male
previsto dal
profeta accompagnerà i loro procedimenti.
Come colui
formò la terra dal niente ne era allora
il vero proprietario, così lo rimane ancora, e per quanto
l’abbia
concessa ai figli degli uomini cosicché moltitudini di persone
ne hanno tratto
nutrimento come continuano a fare ora, tuttavia egli non l’ha
mai alienata; ma
il suo diritto di dare vale come all’inizio e nessuno può
applicare
l’accrescimento dei suoi possedimenti in modo contrario
all’amore universale,
né disporre delle terre in un modo che sa tende a esaltare
alcuni opprimendone
altri, senza essere giustamente accusabile di usurpazione.
Capitolo
dodicesimo
Se torniamo
indietro di centocinquanta anni e compariamo gli abitanti della
Gran
Bretagna coi nativi
del Nord America su
una porzione di territorio simile suppongo che i nativi
sarebbero una piccola
proporzione rispetto agli altri. Alla scoperta di questo fertile
continente,
quando molti di quegli abitanti fitti arrivarono, i nativi
generalmente li
trattarono gentilmente all’inizio e come quelli portarono arnesi
di ferro e una
varietà di cose utili per l’uomo, questi accolsero bene
l’oppurtunità di scambi
e incoraggiarono gli stranieri a stabilirsi. Parlo di quello
migliorie fatte in
modo pacifico.
Così il
nostro grazioso Padre, che osserva in contemporanea la
situazione di tutte le
sue creature, ha aperto una via da una terra fittamente abitata
e dato spazio
in questa. Ora se consideriamo con attenzione l’azione della
mano di Dio nel
darci spazio su questo continente e che i discendenti di quegli
antichi
proprietari del paese (ai cui occhi appaiamo come nuovi
arrivati) sono ancora
padroni e abitanti della terra accanto alla nostra; e che il
loro modo di
vivere, che richiede ampio spazio,
è
stato loro trasmesso dai predecessori e probabilmente stabilito
da usanze
antichissime, in base a queste considerazioni possiamo vedere la
necessità di
coltivare le terre già ottenute da loro e applicarne la rendita
in modo
veramente saggio così da dare spazio al maggior numero possibile
di persone
prima di accampare un qualche diritto, come membri della grande
famiglia,
sull’equità della concessione a noi di una maggiore porzione dei
loro possessi
e vivere in un modo che richieda meno spazio.
Se tutti
camminassimo come compete ai seguaci del nostro beato Salvatore,
se
conservassimo quì tutti i frutti del nostro paese che sono
spediti all’estero
per ottenere forti bevande, un costoso abbigliamento e altri
lussi dei quali
non dovremmo fare uso, e il lavore e le spese per importare e
esportare fossero
impiegate per l’agricoltura e mestieri
utili, un maggior numero di persone
di quante ora risiedono quì potrebbero con la benedizione
divina
vivere agiatamente
sulle terre che già
ci sono state concesse
dagli antichi
proprietari del paese.
Se serviamo
fedelmente Dio, che ci ha concesso spazio su questo continente,
credo che
renderà alcuni di noi utili tra di loro sia nel rendere pubblica la dottrina di suo
Figlio, nostro Salvatore,
e nel far loro conoscere i vantaggi che dervano dal popolare la terra e
nel soggiogarla.
Penso che
alcuni si preoccuperanno per quei poveri
all’estero che si guadagnano
il pane nel preparare e commerciare quelle cose che a noi, in
quanto fedeli
discepoli che vivono in una semplicità simile al nostro Modello
Celeste, non
dovrebbero servire. Ma accandonando ogni cosa superflua e lusso,
quando le
persone sono così fittamente stabilite in alcune come altre
parti, il commercio
di utili articoli può essere di mutuo vantaggio e portato avanti
con più
regolarità e soddisfazione per un sincero Cristiano di quanto il
commercio
non sia ora.
Una persona
che continui a vivere nella società in modo contrario alla vera
saggezza di
solito attira altri a sé; e se questi adottano
il modo che il primo ha scelto, il loro procedere è
simile a una vigna
selvatica, la quale, nata da un solo seme e diventata robusta,
estende i
rami e i suoi
piccoli viticchi si
attaccano a tutte le erbe e ai rami degli alberi che
raggiungono, e sono così
rinforzati e attorcigliati che non si riesce a districarli se
non con grande
fatica e forza. Allo stesso modo queste usanze, piccole
all’inizio, nel
crescere promuovono gli affari e il traffico e molti ne
dipendono per vivere.
Ma è evidente che ogni commercio che non ha fondamento nella
saggezza è
inadatto a un fedele seguace di Cristo, che ama Dio non solo con
tutto il suo
cuore, ma anche con tutta la sua forza e abilità di lavorare e
agire nel mondo;
e il Signore è capace, e vuole, sostenere coloro il cui cuore è
perfetto verso
di lui, in modo gradito alla sua infallibile saggezza; è conveniente che noi
meditiamo sui privilegi
dei suoi figli, per ricordare che dove è
lo spirito del Signore, là c’è libertà, e che nell’adottare
usanze che sappiamo
sbagliate, ci discostiamo dalla purezza del suo governo e in
certo grado ci allontaniamo
da lui.
Abbandonare
abbigliamenti strani e costosi e servirsi invece solo di ciò che
è semplice e
utile, lasciarsi alle spalle ogni cosa superflua e troppe
bevande forti, è cosa
gradita alle
dottrine del nostro
Redentore, e se nell’integrità del nostro cuore agiamo in questo
modo, in
qualche modo contribuiamo a diminuire quel commercio che ha
fondamento in uno
spirito sbagliato; e quando alcune persone di buona inclinazione
sono
avviluppate in tale commercio e desiderano esserne liberati, il
nostro
abbandonare queste cose può essere loro di aiuto, e se per un
certo periodo il
loro commercio ne risulta danneggiato, tuttavia se umilmente
chiedono saggezza
a Dio e sinceramente si rimettono a lui, egli non verrà loro
meno né li
abbandonerà. Lui, che hacreato la terra e ha provveduto al
sostentamento di
milioni di persone nel passato, è ora attento alle necessità dei
suoi figli
come sempre. Cercare la perfezione è nostro dovere e se in ciò
danneggiamo un
qualche commercio con il quale alcuni poveri si guadagnano il
pane, il Signore
che ci chiama ad abbandonare queste cose avrà cura di coloro che
risultano
danneggiati e lo ricercano sinceramente.
Se le
connesioni che abbiamo con gli abitanti di quelle provincie e il
nostro
interesse, considerato distinto da altri, ci spinge a promuovere una vita semplice per
arricchire il nostro
paese, sebbene vivere semplicemente sia la cosa migliore,
tuttavia se vivamo
semplicemente con spirito egoistico non avanziamo nella vera
religione. L’amore
divino che espande il cuore verso l’umanità tutta, è il solo che
può
giustamente porre fine a ogni corrente corrotta e aprire i
canali degli affari
e del commercio nei quali niente scorre che non sia puro, e stabilisce i nostri
traffici in modo tale
che, quando nella nostra fatica meditiamo sull’amore universale
di Dio e
l’armonia dei santi angeli, la serenità della nostra mente non
sia mai
affuscata nel ricordare che parte della nostra attività tende a
sostenere usanze
che sono fandate sullo spirito di
egoistico.
Capitolo
tredicesimo
Quando la
nostra mente è predisposta a favore di usanze che si distinguono
dalla perfetta
purezza siamo in pericolo di non attenerci
unicamente a quella Luce che dischiude alla nostra vista
la natura della
giustizia universale.
Tra le
attività di un paese fittamente popolato ci sono un varietà di
utili impieghi
oltre alla coltivazione della terra; che alcuni uomini che non
hanno più terra
di quanta sia necessaria per costruirvi sopra e far fronte alle
circostanza
relative alla famiglia possano essere in armonia con la
fratellanza; e fra
i vari doni che Dio
ha concesso a quelli
impiegati nell’agricoltura
, per alcuni
possedere e occupare molto più di altri può essere la stessa
cosa. Ma se alcuni
in forza dei loro possedimenti esigono un affitto o interesse
che richiede ai
loro affittuari una maggiore applicazione agli affari di quanto
il nostro
misericordioso Padre
ha inteso per noi,
ciò mette fuori posto le ruote della perfetta fratellanza e
porta a promuovere
impieghi che non appartendono alla famiglia di Cristo, il cui
esempio è in
tutte le sue parti un modello di saggezza, cosicché la
semplicità e la
naturalezza del suo aspetto esteriore possono ben farci
vergognare perché
adorniamo il nostro corpo di costosi abbigliamenti o diamo
valore alla
ricchezza in sommo grado.
Il suolo ci
dà sostentamento ed è utile all’uomo; e ammesso che il fatto che
alcuni
posseggono una parte di questi profitti maggiore di altri possa
essere consono
all’armonia della vera fratellanza, tuttavia, che i più poveri
che sono onesti,
finchè rimangono abitanti della terra, abbiano diritto a una
certa porzione di
questi profitti in un senso chiaro e assoluto come quelli che
ereditano molto,
credo che su questo saranno d’accordo quelli il cui cuore si è
allargato
all’amore universale.
I primi
abitanti della terra furono i primi possessori del suolo. Il
grazioso Creatore,
suo possessore, ne concesse
loro
l’usufrutto. E come una generazione veniva meno, un’altra veniva
e prendeva
possesso, e così per molte epoche innumerevoli moltitudini di
persone hanno
goduto dei frutti della terra. Ma il nostro grazioso Creatore ne
è il
proprietario assoluto come quando la formò per la prima volta
dal niente, prima
che l’uomo ne prendesse possesso. E sebbene per mezzo di
richieste basate su un
precedente possesso grandi disuguaglianze appaiano tra gli
uomini, tuttavia, in
quanto proprietari o reclamanti dei profitti del suolo, dobbiamo
tenere conto
in tutti i procedimenti delle istruzioni del grande proprietario
della terra.
“I passi
dell'onesto sono guidati dal Signore” (Salmo 37, 23) e coloro
che sono così
guidati, il cui cuore si è allargato nel suo amore, danno ordini
riguardo i
loro possedimenti in sua armonia; e quella richiesta che si basa
sulla
giustizia universale è un buon diritto, ma il mantenimento di
quel diritto
dipende dalla corretta applicazione dei suoi profitti.
La parola
diritto è comunemente usata in connessione coi nostri
possedimenti. Chiamiamo
diritto di proprietà il dividendo di una provincia o un chiaro,
indiscutibile
diritto a una terra contenuta
in certi
limiti. Così questa parola è un continuo memento dell’intento
originario di
dividere la terra per mezzo di confini e implica che il progetto
era che fosse
divisa equamente o
giustamente, che
fosse divisa secondo giustizia.
In ciò — ovvero
nell’equità e nella giustizia — risiede la forza delle nostre
richieste. Se avanziamo
una richiesta ingiusta e troviamo doni o
concessioni sufficientemente dimostrati da sigilli e testimoni,
ciò non
conferisce diritto al richiedente, perché ciò che è contrario
alla giustizia è
sbagliato, e la sua natura deve essere cambiata prima che possa
essere un
diritto.
Supponiamo
che venti uomini liberi, che si professano seguaci di Cristo,
scoprano un’isola
sconosciuta a tutti, e con le loro mogli, indipendetemente da
tutti gli altri,
ne prendano possesso, e se
la dividano
equamente, facciano migliorie e si moltiplichino. Supponiamo che
questi primi
proprietari, sotto l’influenza del vero amore, guardino con
paterna
sollecitudine alla crescente condizione degli abitanti, e vicini
alla fine
della vita diano tali disposizioni circa i loro possedimenti
come conveniente
alla comunità e tendano a conservare l’amore e l’armonia, e che
i loro
successori nel continuo accrescersi di gente seguano in generale
il loro pio
esempio e ricerchino i mezzi più efficaci per tenere fuori dalla
loro isola
l’oppressione. Ma [supponiamo] che uno di questi primi coloni,
per affettuoso
attaccamento a uno dei suoi numerosi figli, non più meritevole
degli altri, dia
a questo il comando delle sue terre, e che esprima fortemente la
sua intenzione
e volontà con uno strumento sufficientemente provato. Supponiamo
che questo
figlio, essendo signore dei suoi fratelli e nipoti, chieda una
proporzione dei
frutti della terra tale
da potere
approvigionare se stesso e la sua famiglia e alcuni altri; e che
questi altri, così
riforniti dal suo magazzino,
siano
impiegati nel decorare le sue abitazioni con curiose incisioni e
pitture, nel
preparare carrozze per corrervi,
vasellame per la sua casa, pietanze deliziose,
abbigliamenti ben fatti,
e mobilia, tutte cose che si accordano a quella distinzione che
è insorta tra
lui e gli altri abitanti, e che avendo a sua disposizione tutte
queste numerose
migliorie, il suo potere si accresca in tutte quelle riunioni
relative agli
affari pubblici dell’isola al punto che quei semplici, onesti
uomini che
richiedono eque decisioni trovano grande difficoltà nel
procedere in modo
conveniente alle loro giuste inclinazioni quando egli si oppone
loro.
Supponiamo che, per affetto
verso uno
dei suoi figli unito al desiderio di continuare la grandezza del suo
nome, lo confermi a capo
dei suoi possedimenti e così per molti anni su circa la
ventesima parte
dell’isola c’è un grande signore e il resto è costituito da
persone
generalmente povere e oppresse, per alcune delle quali a causa
del modo della
loro educazione unito alla nozione della grandezza dei loro
predecessori, la
fatica risulta sgradita; questi quindi servendosi con astuzia
della debolezza,
della disattenzione e della corruzione di altri, nel cercare di
guadagnarsi da
vivere a loro spese ne aumenta le difficoltà; mentre gli
abitanti delle altre
parti che si guardano dall’oppressione e concordano
nell’allevare i loro figli
in semplicità, frugalità e utile lavoro vivono più
armoniosamente.
Se tracciamo
la rivendicazione del nono o decimo di questi grandi signori
risalendo al primo
proprietario e troviamo
che la rivendicazione è sostenuta da
strumenti ben fondati e provati, dopo tutto non possiamo non
ammettare in cuor
nostro che egli abbia diritto a una così grande porzione di
terra, dopo
l’incremento così numeroso di abitanti.
I primi
proprietari di
quella ventesima parte
hanno in effetti una porzione equa; ma quando il Signore, che
all’inizio dette
a questi venti uomini il possesso dell’isola senza che tutti gli
altri lo
sapessero, pose in essere numerose
persone
che abitavano la ventesima parte e avevano bisogno dei suoi
frutti per
sostenersi, questo grande richiedente del suolo non poteva avere
diritto a
tutto, né disporne per la propria irregolare gratificazione; ma
le creature del
Sommo Dio, proprietario del cielo e della terra, avevano diritto
a una parte di
ciò che il grande richiedente aveva, sebbene non avessero
strumenti che
confermassero quel diritto.
L’oppressione
estrema appare terribile, ma l’oppressione
che si presenta sotto più raffinata apparenza rimane
oppressione, e se una
minima parte di essa è accarezzata, essa diviene più forte e più
estesa:
lavorare per redimersi perfettamente dallo spirito
dell’oppressione è il grande
compito dell’intera famiglia di Cristo in questo mondo.
Capitolo
quattordicesimo
Sulle scuole
Quando siamo
del tutto istruiti nel regno di Dio, siamo contenti di quell’uso
delle cose che
la sua saggezza indica sia a noi stessi sia ai nostri figli e
non ci interessa
che apprendano l’arte di arricchirsi ma siamo attenti a ché l’amore di Dio e un
giusto riguardo per tutte
le creature nostre compagne possano possedere la propria mente e
che
nell’apprendere possano procedere nella pura saggezza. Essendo
Cristo il nostro
Pastore abbondantemente capace e desideroso di istruire la sua
famiglia in
tutte quelle cose che è conveniente conoscere, rimane nostro
dovere attendere
con pazienza il suo aiuto per istruire la nostra famiglia e non
cercare di
spingerli ad apprendere con
l’assistenza
di quello spirito per redimerci dal quale ha dato la sua.
Lui stesso
ha detto che i figli di questo mondo sono nella loro generazione
più saggi dei
figli della Luce, ed è noto per esperienza che nel coltivare e
assecondare lo
spirito dell’orgoglio e l’amore della lode nei bambini questi possano essere
portati ad apprendere
più velocemente di quanto non farebbero altrimenti; ma quando
nell’apprendere
una arte o scienza si abituano a disobbedire il puro spirito e
si rafforzano in
quella sapienza che è sciocchezza per Dio, essi devono fare la penosa fatica di
disimparare una
parte di quello che hanno appreso prima
di poter entrare a far parte della divina famiglia. È quindi
bene per noi
che nelle scuole e
in ogni tipo di
istruzione ci si attenga diligentemente al principio della Luce
universale, e
che attendiamo con pazienza che migliorino nel canale della vera
saggezza,
senza cercare l’aiuto di quello spirito che ricerca l’onore
dagli uomini.(È
attraverso la deviazione dalla pura Luce che la gente desidera
l’aiuto dello
spirito di questo mondo nello spingere i figli a imparare,
cosicché possano
proteggtarsi dall’istruzione per sostenere
modi di vivere meno semplici e
schietti di quanto il nostro Santo Modello ha stabilito
per noi). I figli
in età scolare sono in una fase della vita che richiede
l’attenta e paziente
cura dei loro tutori, e una diligente sorveglianza degli umori e
delle inclinazioni
per potersi occupare giustamente
e tempestivamente di ciascun
individuo.
Se fossimo
del tutto svezzati dall’amore della ricchezza e abbandonassimo
del tutto le
cose superflue della vita, essendo venuti meno gli impieghi per
cose futili e
il lavoro fosse solo per le cose necessarie a una vita umile, di
abnegazione,
sarebbe ragionevole stimare che ci sarebbe a sufficienza per
l’istruzione dei
nostri figli cosicché un uomo semplice e umile con una famiglia
a lui simile
potrebbe essere dotato di mezzi per insegnare e
sorvegliare un numero di figli così piccolo tale da
potere con proprietà
e tempestività curarsi di ciascuno individualmente e condurli
con dolcezza
sulla via aperta dallo Spirito del Vangelo, senza dare spazio
alla superbia o
alla cattiva emulazione tra di loro.
Il fatto che
talvolta si occupino dei bambini
uomini
che non vivono sotto l’opportuna virtù della Verità richede
seria
considerazione perché è nostro inderogabile dovere impegnarsi
nella loro
educazione per fare loro avvertire l’opera interiore della
grazia; e se un
tutore non ha esperienza in questa opera, il suo spirito e la
sua condotta nel
dare istruzioni e direttive ai bambini
si imprimono sulle loro
tenere, inesperte menti arrecando loro grande svantaggio.
E ancora
quando degli uomini pii si assumono questo incarico, essi
trovano talvolta
difficile sostenere le proprie famiglie senza impegnarsi con un
numero così grande
di bambini che non riescono ad
occuparsi appieno dello spirito e della disposizione di ciascun
individuo come
sarebbe proficuo per i bambini. Un grande numero di bambini in
una scuola è
spesso un grave peso sulla mente del tutore onesto e quando i
suoi pensieri e
il suo tempo sono così assorbiti negli affari più esteriori
della scuola al
punto che non riesce ad occuparsi dello spirito o dell’indole di
ciascun
individuo in modo da fornirgli giustamente e tempestivamente il
vero giudizio,
allora la mente dei bambini spesso ne soffre e uno spirito
errato acquista
forza, il che di frequente aumenta le difficoltà nella scuola e,
come
un’infezione si propaga, dall’uno all’altro.
Un uomo
influenzato dallo spirito della Verità, che si occupa di
insegnare ai bambini,
mentre ha solo una quantità
per cui la
manifestazione della forza divina in lui è superiore
all’instabilità in loro,
lo spirito buono con il quale egli li governa ha un qualche
effetto sulla loro
mente e tende a portarli avanti nella vita cristiana. Ma quando
le difficili
circostanze di un uomo unite alla scarsa paga assegnata a chi
insegna ai
bambini risulta una tentazione e si fa strada nel suo cuore che
deve farsi carico
di troppi in relazione alla sua dote o quando il desiderio di
ricchezza a tal
punto corrompe il cuore di qualcuno cosicché ne prende in carico
troppi, in
questa caso il vero ordine di un’educazione cristiana è perduto.
Ma quando un
uomo ha un carico troppo numeroso per quel grado di forza del
quale Dio lo ha
dotato, egli non solo soffre per la situazione della propria
mente, ma anche i
bambini ne soffrono; e se il governo non è supportato dal vero
spirito
cristiano, la vera testimonianza non si raggiunge nella mente
dei bambini.
Istruire i
bambini alla vera pietà e virtù è un dovere che spetta a tutti
quelli di noi
che ne hanno; e il nostro Padre Celeste non richiede da noi
altro dovere se non
quello che ci dà la forza di eseguire, come noi umilmente
ricerchiamo: che,
sebbene all’occhio della ragione le difficoltà appaiano grandi
nei luoghi nei
quali si istruiscono i nostri bambini nell’utile sapere,
tuttavia se ci
atteniamo obbedientemente a quella saggezza che viene dall’alto,
il nostro
grazioso Padre ci mostrerà la via per dare loro l’istruzione che
richiede da
noi.
E quì posso
dire che la mia mente è stata dolorosamente afflitta a causa di
alcuni che per
desiderio di ricchezza, un desiderio di conformarsi a un modo di
vivere in modi
distinguibili dal vero spirto cristiano, si affannano per cose
relative a
questa vita e non prendono sufficientemente a cuore le tristi
condizioni della
gioventù in molti luoghi per mancanza di pii esempi e tutori
dalla mente
esperta dello spirito della Verità.
Si
affrontano grandi fatiche per accumulare ricchezze per i
posteri? Sono molti
quelli che ricevono salari per
fornirci
di delicatezze e lussi?
Si spendono
molti denari per dei colori che piacciono all’occhio, che
rendono il nostro
abbigliamento meno usabile? Si comprano indumenti di un
particolare tessuto
pagando un alto prezzo a causa della loro raffinatezza?
Ci sono
varie branchie di artigianato soltanto ornamentali— nella
costruzione delle nostre case, oggetti appesi ai nostri muri e
pareti
divisorie, e per essere veduti nella nostra mobilia e
abbigliamento? E tra
tutte queste spese che la pura Verità non ci richiede, mandiamo
i nostri
bambini a imparare da uomini che crediamo non siano sotto
l’influsso dello
spirito di Verità, piuttosto che attendere umilmente la saggezza
di Dio per
darci indicazioni per la loro istruzione.
Credo che
nessun uomo pio dirà che ci è richiesto come dovere affidare i
bambini alla
curatela di uomini che non crediamo giustamente qualificati a
condurli nella
vera vita cristiana. Fare il male nell’aspettativa del bene è
contrario alla
dottrina del cristianesimo; quando i tempi sono così nebbiosi
che non possiamo
procedere sulla via della chiarezza e della purezza, conviene
che con profonda
umiltà ci rivolgiamo a Dio per conoscere la sua intenzione
riguardo a noi e ai
nostri bambini.
Capitolo
quindicesimo
Di padroni e
servi
“Servi,
obbedite ai vostri padroni terreni con timore e tremore, con
cuore sincero,
come fareste con Cristo. “ Efesini 6,5)
Si osserva
in numerosi passi nei quali
l’apostolo
scrive ai servi che egli si adopera per orientare la loro mente
alla vera Luce,
perché essi possano nella condizione di servi, come l’apostolo
dice, “compiere
la volontà di Dio di cuore” (Efesini 6,6), perché le loro
fatiche non siano
come quelle che compiacciono gli uomini, ma “Qualunque cosa
facciate, fatela di
cuore come per il Signore e non per gli uomini” (Colossesi 3,23)
Come il mero
principio della giustizia è il fondamento sul quale si basa il
cuore puro,
così ci si comporta
secondo questo; e
mentre da una parte si incoraggia a una corretta esecuzione di
ogni ragionevole
dovere, dall’altra ci si astiene dal comandare ai servi di
eseguire attivamente
ingiusti ordini, servendo “il Signore e non gli uomini” (verso 7
VERSO DI COSA?), per cui
siamo istruiti nella
necessità di
camminare umilmente di
fronte a Dio, cosicché, attenendoci fedelmente alle indicazioni
dello Spirito
Santo, “le nostre facoltà siano esercitate a distinguere il
buono dal cattivo”
(Ebrei 5,14). E come i giusti comandi dei padroni dovrebbero
essere obbediti
perché sono giusti, così al contrario i comandi di uomini che
non potrebbero
essere eseguiti senza disobbedire Dio non costituiscono autorità
sufficiente
perché un servo di Cristo li compia, in questo caso dovremmo
invece obbedire a
Dio piuttosto che agli uomini.
La mia mente
al presente si preoccupa che tutti coloro che sono nella
situazione di padroni
considerino con serietà questo tema e non chiedano niente ai
servi che sia
irragionevole, o tale che nell’eseguirlo essi debbano
necessariamente agire in
modo contrario alla giustizia universale.
Un padre
devoto si preoccupa con coscienza dei suoi bambini, affinché con
i suoi sforzi
essi possano essere educati in modo retto e avere alcune cose
necessarie
relative alla loro prima sistemazione nel mondo. Ma se un uomo
vede le sue
giuste intenzioni pervertite e i suoi sforzi fatti servire a
scopi che non sono
equi e non c’è speranza di rimediare, il suo caso è molto grave;
infatti per
quanto sia disposto a faticare “non può faticare di cuore per il
Signore e non
per gli uomini.
Soddisfare
richieste che non sono eque affligge una
mente ben disposta e per un uomo di potere chiedere un servizio
ad un altro
senza proporre una giusta ricompensa mi sembra contenga lo
spirito della
persecuzione. Gli uomini onesti che si occupani di affari
temporali hanno
l’intenzione di agire bene; lavorano perché sono convinti che
sia il loro
dovere. Ma quando i lavori, non
secondo
giustizia dovuti, sono a loro richiesti per
gratificare gli avidi, i lussuosi o gli ambiziosi
progetti di altri,
questo pone in
grande difficoltà gli
uomini coscienziosi. Se non eseguono sono passibili di punizione
e se fanno
quello che a loro non sembra giusto fare, essi feriscono la loro
anima.
Capitolo
sedicesimo
Tenere come
servi dei negri fino a che hanno trenta anni e trattenere i
profitti degli
ultimi nove anni come se fossero nostri, supponendo che essi
possano costituire
una spesa per I nostri possedimenti, è un modo di procedere che
sembra
necessitare di miglioramento.
RAGIONI CHE
SI ADDUCONO
1. Uomini
maturi che si sono comportati disciplinatamente e non hanno
fatto un contratto
per servire — che essi abbiano diritto alla libertà mi aspetto
sia
opinione generalmente condivisa, e farli servire per altri nove
anni come servi
potrebbe significare tenerli schiavi a vita. Potrebbero morire
prima di quel
termine e non costarci niente, e possono lasciare figli ai
quali, a buon
diritto, potrebbero
nell’ultima malattia
avere il desiderio di dare loro il denaro guadagnato dopo aver
pagato per la
propria istruzione.
2. Suppongo
che il lavoro di nove anni di un negro sano e industrioso,
facendo un calcolo
moderato, non si possa dichiarare
inferiore a cinquanta sterline di denaro, in aggiunta al
cibo e al
vestiario. Ora nel
caso in cui questo
denaro sia guadagnato al servizio di un uomo che lo ha istruito
o accantonato
in proporzione annuale a cura del detto uomo, ed emesso a un
interesse moderato
per l’utilizzo del negro, e impiegato per le sue future
necessità o gli onesti
scopi da lui previsti nel suo testamento, questa ci sembrerebbe
un modo più
fraterno di procedere se fossimo nella condizione del negro.
3. La pura
bontà tende a generare qualcosa di simile a se stessa, e quando
gli uomini sono
convinti che la condotta di coloro che hanno potere su di loro
sia equa, ciò dà
naturale incoraggiamento a premunirsi per la vecchiaia. Avendo
raggiunto la
pura prova, ci si deve preoccupare che non divengano un peso per
le proprietà
di coloro che hanno trovato essere uomini onesti e veri amici
verso di loro. Ma
quando degli uomini hanno lavorato senza salario nove anni più
di quanto è
comune per altri uomini tra i quali abitano, e poi lasciati
liberi e quando se
ne vanno gli si assicura che quelli che così li hanno trattati
sono fortemente
in debito verso di loro, ma mon si aspettano di recuperare
questo debito a meno
che ne abbiano bisogno quando sono incapaci di cavarsela da
soli, ciò li
indurrebbe a pensare che questo trattamento non sia fraterno, a
pensare alla
ragionevolezza del salario loro pagato, a pensare che la
proprietà nella quale
hanno lavorato potrebbe con ragione assisterli nella vecchiaia,
e così essere
tentati di tenersi lontani da una saggia applicazione a ciò che
si fa.
4. Se vedo
che un uomo ha bisogno di essere aiutato e so che ha posto del denaro nella mia mano che
deve essere pagato
per un uso ragionevole a lui o a altri che egli indichi, in
questo caso non
senbra di debba essere la tentazione di trattenerlo nel momento
in cui ne ha
bisogno. Ma se l’egoismo a tal punto era prevalso in me che
consideravo il
denaro che avevo in custodia con il desiderio di sottrarlo al
vedo proprietario
e, per la forza del desiderio unita all’aspettativa, lo
consideravo parte della
mia proprietà per utilizzarlo nel sostenere me stesso o la mia
famiglia nel
mondo, e con quelloaffrontare spese che un umile seguace di
Cristo avrebbe
dovuto evitare — in questo caso nell’abbandonarsi a una
tentazione c’è
serio pericolo di cadere in altre, e così di non occuparsi dei bisogni
dell’uomo che aveva
dato il denaro in mia mano con quella
cura e diligenza che avrei dovuto avere se quella disposizione
non fosse
entrata nella mia
mente.
5. Se noi
teniamo conto secondo
giustizia dei
denari che ci sono stati affidati, facendone un uso ragionevole,
e spendiamo il
tutto frugalmente per sopperire all’uomo che lo ha guadagnato,
se ne necessità
di più il pubblico rifiuta di accollarsi parte delle spese; se
le nostre
proprietà non hanno tratto beneficio in precedenza delle fatiche
dei suoi padri
o antenati, questo sembra essere un caso nel quale i giusti
soffrono per
testimoniare di avere buona coscienza, dalla quale se fedelmente
la si cura,
possono con il tempo, io credo, sperare di avere sollievo.
I negri sono
stati un popolo sofferente, e noi come società civile siamo
quelli che li hanno
fatti soffrire. Ora se delle persone sono state offese nelle
loro sostanze
materiali e sono morti senza avere alcuna ricompensa, i loro
figli sembrano
avere diritto a ciò che era giustamente dovuto ed era stato
sottratto ai loro
padri. Il mio cuore è addolorato mentre scrivo su questo tema a
causa delle
grandi ingiustizie commesse verso questi gentili e i loro figli
che sono nati
in quella cattività che è una ingiusta cattività. Quando gli
antenati di questa
gente sono stati importati dall’Africa, alcuni, credo, li comprò con
l’intenzione di trattarli con
gentilezza come schiavi. Li comprarono come se
quegli uomini violenti avessero diritto di venderli, ma
credo senza dare
peso alla natura e alla tendenza di simili affari e così a
partire da un
fondamento ingiusto, un velo fu
gradatamente steso su una pratica gravosa e affliggente per un
gran numero dei
gentili. Ora in molti posti si è ravvivata la preoccupazione che
questo velo
possa essere infine rimosso, e questo disordine possa essere
attentamente
indagato; la mia preoccupazione è che possiamo non solo porre
attenzione al
fatto che i negri sono stati a causa nostra in quanto società un popolo sofferente,
ma che noi possiamo in
vera umiltà avvertire quella pura influenza la quale sola è
capace di guidarci
dove si sperimenta la cura e la ricostruzione.
7. Dopo
avere così parlato dei negri come aventi uguali diritti ai
benefici del loro
lavoro presso di noi, mi sento in dovere di menzionare quel
debito che è dovuto
a molti negri del nostro tempo. Quando degli uomini entro certi
limiti sono
così conformati in una società da divenire un grande insieme
consistente di
molti membri, quì qualsiasi siano le ingiurie fatte ad altri non
appartenenti a
questa società da membri di questa società, se la società che ne
ha il potere
non attua ogni possibile sforzo per agire con giustizia e
raziocinio, e non
sconfessa le ingiuste procedure, l’iniquità perpetrate dai
singoli idividui
diviene responsabilità di quella società civile alla quale sono
uniti. E se
alcune persone sono state danneggiate nelle loro sostanze
materiali e muoiono
senza ricevere alcuna ricompensa cosicché ai loro figli è negato
ciò che era
equamente dovuto ai loro genitori , in questo caso essi appaiono
avere giusto
diritto ad essere
ricompensati da quella
società civile nella quale i loro genitori soffrirono.
Il mio cuore
è addolorato nello scrivere di questo argomento a causa delle
grandi
ingiustizie commesse contro questi gentili e i loro figli nati
in cattività. Se
i membri attivi di una società
civile,
quando si cominciò a commettere queste ingiustizie, si fossero
uniti in ferma
opposizione a queste violente procedure, se altri in spirito
egoistico avessero
poi tentato lo stesso e incontrato una ferma opposizione, e
fossero stati
costretti a rendere giustizia alle persone offese finché la
prospettiva di guadagnare
per mezzo di tali ingiuste procedure apparisse così dubbia da
scoraggiare ogni
ulteriore tentativo — quanto sarebbe stato meglio per queste
colonie e isole
americane?
Alcuni,
credo, comprarono questi poveri sofferenti con l’intenzione di
trattarli con
gentilezza come schiavi. Essi li comprarono come se questi
uomini violenti
avessero diritto di venderli, ma credo senza considerare
abbastanza approfonditamente
le conseguenze di tali
procedure. Altri, credo, li
comprarono
con intenzioni di comodità e profitto; e così
quegli uomini violenti trovarono persone di reputazione
che compravano i
corpi e basandoci sull’acquisto esercitavano l’autorità di
padroni, e così li
incoraggiavano in questo orribile commercio, finchè la procedura
fu così
approvata dalla società civile che si considerava questi uomini
come membri
senza alcuna procedura per punirli dei loro crimini; e così in
qualche misura
si stese un velo su
una pratica la più
contraria alla giustizia, e le cose furono così maschrate che
nella più
deplorevole ingiustizia solo pochi sembravano allarmati o si
davano da fare con
zelo perché fosse resa giustizia ai sofferenti e ai loro
posteri.
Questi
poveri africani era gente con una strana lingua, con i quali non era
facile conversare, e
inoltre la loro condizione di schiavi distrusse in generale
quella fraterna
libertà che di frequente sussiste tra noi e degli stranieri
inoffensivi. In
questa avversa situazione, quanto è ragionevole supporre che
essi avrebbero
rimuginato nella loro mente le iniquità commesse contro di loro
e si sarebbero
lamentati! — lamentati senza che alcuno li confortasse. Sebbene
nel
progredire degli ingiusti procedimenti una qualche incertezza si
sia fatta
strada nell’animo di molti, tuttavia la natura delle cose non si
è alterata. La
lunga oppressione non ha reso l’oppressione coerente con l’amore
fraterno, nè
la durata temporale di molte età
ha
ricompensato i posteri di quegli stranieri offesi. Molti di loro
vissero e
morirono senza che il caso delle loro sofferenze trovasse
udienza e fosse
determinato secondo equità; e con un certo grado di dolore per
la sfrenatezza,
la vanità e la superficialità troppo comuni tra di noi come
società civile,
anche quando un grave peso di procedimenti ingiusti incombe su
di noi, io ora
esprimo queste cose con un sentimento di amore universale, come
anche
nell’interesse delle creature mie compagne in generale.
Supponiamo
che un giovane inoffensivo, quaranta anni fa, fosse stato preso
con la violenza
dalla Guinea e qui come schiavo avesse lavorato fino alla
vecchiaia. E avesse
figli ora viventi. Sebbene nessuna somma possa essere
considerata una pari
ricompensa per la totale privazione
della
libertà, tuttavia se le sofferenze di quest’uomo sono calcolate
a non più
di cinquanta sterline, mi aspetto che degli uomini sinceri
reputino la somma
entro i limti e che i suoi figli ne abbiano un giusto diritto.
Cinquanta
sterline al tre per cento, cui si aggiungono gli interessi al
capitale una
volta ogni dieci anni, sembrano ammontare in quaranta anni a
centoquaranta
sterline.
Ora se la
nostra mente è completamente priva di pregiudizi relativi alla
differenza di
colore e se l’amore di Cristo, nel quale non vi è parzialità, prevale in noi, penso
sia chiaro che abbiamo
una grande responsabilità come società civile per l’oppressione
commessa nei
riguardi di gente che non ci ha recato offesa, sembrerebbe che
fossimo in
grande debito verso di loro.
Concludo con
le parole del giudice giusto di Israele: «Eccomi,
pronunciatevi
a mio riguardo alla presenza del Signore e del suo consacrato. A
chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l'asino? Chi ho
trattato con
prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo
per chiudere
gli occhi a suo riguardo? Sono
qui a restituire!». (Samuele 12,3)
Fonte: The Journal
and Major Essays of John Woolman, a cura di Philips P.
Moulton (New York,
OUP 1971). Originariamente pubblicato postumo nel 1793, ma credo
sia
stato scritto nel 1763-1764. Ho letto questo testo nella sua
prima edizione a
Pendle Hill. È uno dei testi più profondi a questo mondo come
quello di Lev
Tolstoj, La cristianità di Cristo.
JULIAN OF NORWICH, HER SHOWING OF LOVE
AND ITS CONTEXTS ©1997-2024
JULIA BOLTON HOLLOWAY || JULIAN OF
NORWICH || SHOWING
OF LOVE || HER TEXTS
|| HER SELF
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JULIAN || HER
CONTEMPORARIES || AFTER
JULIAN || JULIAN IN OUR
TIME || ST BIRGITTA OF
SWEDEN || BIBLE
AND WOMEN || EQUALLY IN
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