JULIAN OF NORWICH, HER SHOWING OF LOVE AND ITS CONTEXTS ©1997-20087 JULIA BOLTON HOLLOWAY  || JULIAN OF NORWICH  || SHOWING OF LOVE || HER TEXTS || HER SELF || ABOUT HER TEXTS || BEFORE JULIAN || HER CONTEMPORARIES || AFTER JULIAN || JULIAN IN OUR TIME ||  ST BIRGITTA OF SWEDEN  ||  BIBLE AND WOMEN || EQUALLY IN GOD'S IMAGE  || MIRROR OF SAINTS || BENEDICTINISM || THE CLOISTER || ITS SCRIPTORIUM  || AMHERST MANUSCRIPT || PRAYER || CATALOGUE AND PORTFOLIO (HANDCRAFTS, BOOKS ) || BOOK REVIEWS || BIBLIOGRAPHY ||

IL 'PADRE NOSTRO'

ANGELA DA FOLIGNO, GIULIANA DI NORWICH, TERESA D'AVILA, EVELYN UNDERHILL, SIMONE WEIL, EDITH STEIN, FIORETTA MAZZEI, HEDERA CIURARU



   Plenarium, Augsburg

'unico più grande dono di nostro Signore oltre ai Salmi e al Padre nostro è il dono di se stesso.
o scoperto questa frase, quando ero novizia, in un libro di esercizi spirituali che raccoglieva discorsi tenuti per i novizi due secoli prima. E' proprio così. I Salmi di Lode composti da David pastore, incantano in tutte le lingue; cantarli, leggerli, ascoltarli è un conforto all'anima. Anche il Padre nostro è un grande dono, che ci è stato tramandato tramite il greco. Dall'aramaico, la lingua di Gesù, è giunto a noi in tutte le lingue. Con questa preghiera supplichiamo, prima di ricevere il Pane e il Vino, il prezioso Dono del Corpo e Sangue di Cristo, per il quale a nostra volta rendiamo grazie. Ancora oggi in Grecia si dice 'evkaristo', 'eucharisto', 'Ti rendiamo grazie'.

A Gesù, uno di noi, uomo di carne e sangue, Maria, sua madre, insegnò a pregare. 'Nelle tue mani Signore affido il mio spirito' è la prima preghiera che una madre ebrea insegna a suo figlio, preghiera che il figlio reciterà per il resto della vita prima di addormentarsi, prima di esalare l'ultimo respiro. La vigilia dello Shabbat, al tramonto del venerdì, Gesù avrà ascoltato Maria benedire le candele: 'Benedetto sii tu, o Signore, Re dell'Universo, che ci hai donato i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi dello Shabbat'. E dopo di lei suo padre Giuseppe recitare: 'Benedetto sii tu Signore, Re dell'Universo che ci hai dato questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell'uomo'.

Il canto del Magnificat di Maria troverà un'eco con le Beatitudini di Gesù. I discepoli domandarono poi che fosse loro insegnato a pregare e Lui donò una una preghiera autenticamente ebraica. Matteo riporta la preghiera in un greco piuttosto rozzo, al di là del quale riusciamo a intravedere l'originale ebraico, Matteo 6.9-15:

Voi dunque pregate così:
adre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Per la versione in inglese e greco si veda:
http://home.neo.rr.com/theodore/our.htm

 Nella redazione di Luca (11. 2-4) in un greco raffinato, molto più semplice, tuttavia, diviene:

Quando pregate dite:
adre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perchè anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione.
  Marco invece ci dà la preghiera ebraica del Santo Nome, lo shema, 12. 29-31:
scolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore.
preghiera che nella forma ebraica prosegue santificando il Nome del Signore e parlando del Suo Regno: benedetto il Nome del Signore, il Suo Regno non avrà fine. Il Vangelo di Marco aggiunge poi la preghiera sul nostro amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza, che deriva dalla preghiera del Tau benedetto posta sugli stipiti delle porte della casa casa ebraica sin dall'Esodo, la preghiera sull'amare il prossimo come se stessi, parole tratte direttamente dal Deuteronomio e dal Levitico.

Il 'Padre nostro' riecheggia le preghiere ebraiche a Dio, che glorificano il Santo Suo Nome, parlano del Suo regno, del Giubileo che rimette tutti i debiti, liberando tutti coloro i quali sono in condizione di schiavitù. Evelyn Underhill, la mistica anglicana, osserva come le sette frasi del Padre nostro, strettamente legate l'una all'altra, derivino tutte in modi differenti dalle Scritture ebraiche. Il Padre nostro fonde i testi di Matteo, Marco e Luca. Paradossalmente alcuni dei migliori scritti sul Padre nostro sono venuti dalle donne, dagli ebrei, da parte di coloro che sono al di fuori della Chiesa. 'Il Padre nostro' è Padre non solo di figli, ma anche di figlie, non solo dei seguaci di Cristo ma di tutta l'umanità. E' inclusivo, non esclude. In questi commenti al testo è chiaro l'anelito a conformarsi alla volontà di Dio nella libertà. Il servizio a Dio è perfetta libertà. Parrebbe rivoluzionario ma non lo è. Lucifero è artefice di Rivoluzioni. I Vangeli sono di Dio.

La terziaria francescana Angela da Foligno, così si esprime sul Padre nostro, la preghiera di Gesù:
 

       L'esempio di questa gloriosa preghiera e l'invito a perseverare in essa ci vengono dati dallo stesso Figlio di Dio e uomo Gesù Cristo, che ci ha insegnato in molti modi  a pregare con le parole e con le opere. Infatti, ci ha ammonito, dicendo ai suoi discepoli: 'Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione'. In molti passi del Vangelo troverai che egli ci ha istruiti in molte maniere riguardo alla venerabile preghiera. Egli ha fatto anche capire a tutti che gli è molto cara, avendoci di cuore ad essa esortato tante e tante volte. Poiché ci ha amato veramente e di cuore, affinché non avessimo nessuna scusa riguardo alla benedetta preghiera, ha voluto anche lui pregare, perchè, trascinati almeno dal suo esempio, l'amassimo più di tutte le altre cose . . . Metti questo specchio davanti ai tuoi occhi e sforzati con tutto te stesso di avere un po' di questa preghiera, perché egli ha pregato per te, non per sé. Lo ha fatto anche quando disse: 'Padre, se questo calice non può passare da me, sia fatta la tua volontà'. Nota come Cristo antepose sempre la volontà del Padre alla sua; tu fa secondo questo modello. Egli ha pregato, anche quando disse: 'Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito'. Perché dire di più? Tutta la sua vita fu preghiera, in quanto egli restò continuamente nella perenne conoscenza di Dio e di sé. Forse che Cristo ha pregato invano? Perché, dunque, sei negligente nel farlo, se nulla si può ottenere senza la preghiera? Per il fatto che Cristo Gesù, Dio e uomo vero, ha pregato per te, non per sé, per darti l'esempio della vera orazione, se vuoi avere qualcosa da lui, non puoi non pregare, dal momento che, se non lo fai, non potrai ottenerlo.

( Il Libro della Beata Angela da Foligno. La preghiera: l'esempio di Gesù)


  Una osservazione a parte merita l'arte dei Della Robbia, essi trasformando la semplice argilla - così come Dio fece nel creare Adamo -


Rilievo in terra cotta dei Della Robbia, Dio crea Eva dalla costola di Adamo dormiente, 'Adamo' significa 'uomo e donna' e 'rosso' e 'argilla'.

creano la terracotta invetriata, azzurra e bianca, e rappresentano la Madonna e il Cristo. Così noi mediante la preghiera, ed in particolare con il 'Padre nostro', trasformiamo la nostra argilla di mortali nel bianco e blu dei cieli. In questo particolare busto di Cristo osserviamo nell'azzurro della veste sacerdotale di Aronne il verde che simboleggia la fruttuosa terra.

Andrea Della Robbia, Gesù in preghiera al Padre, Sacrestia,  Santa Croce

In un manoscritto medievale, dell'epoca di Giuliana di Norwich, forse da lei stessa composto, e custodito nel Castello di Norwich, l'originario autore del testo, che conosceva l'ebraico, divide la preghiera in sette parti, come il candelabro ebraico a sette bracci del Tempio di Gerusalemme, come i sette giorni della settimana, come i sette pianeti allora conosciuti. Egli o ella scrive in modo profondamente toccante di queste sette richieste che rivolgiamo a Dio nella preghiera che Gesù ci ha insegnato. Gli autori potrebbero essere Adam Easton e Giuliana di Norwich che forse lavorarono in collaborazione.

Oltre a questo bellissimo manoscritto, con le iniziali in oro su fondo porpora, i colori del grano e dell'uva, molto simile ai manoscritti che Bonifacio secoli prima aveva commissionato a monache inglesi, come ad esempio la monaca Lioba, abbiamo anche altri testi sul Padre nostro scritti da donne: Teresa d'Avila nel Rinascimento, e nel secolo appena trascorso, ad esempio, Evelyn Underhill con il suo bel libro Abba, e inoltre il superbo saggio di Simone Weil, scritto quando lei insegnava questa preghiera in greco al suo ospite, Gustave Thibon, nel sud della Francia, e che, nello stesso periodo soleva recitare raccogliendo l'uva nei vigneti del suo stesso ospite.

Norwich Castle Manuscript

Esaminiamo ora ciascuna delle sette richieste in successione, intrecciando aspetti derivati da Giuliana di Norwich, da Teresa d'Avila, da Evelyn Underhill, da Simone Weil, consapevoli che lo scrivere sul Padre nostro da parte delle donne ha mutato il patriarcato in universalità, abbattendo le divisioni di razza, religione, classe o genere che dai margini si sono insinuate nel cuore della Chiesa. Evelyn Underhill menziona anche Santa Teresa che parla di una anziana donna che si sofferma per un'ora meditando sulle prime due parole, in atto di riverenza e d'amore. Cerchiamo di essere come questa donna riverente nel pronunciare queste sette richieste, e anche come le donne ebree che accendono e benedicono i lumi dello Shabbat, una candela per ogni domanda, sette in tutto, per guarire i bambini, le donne e gli uomini di questo mondo, portandoli a Dio nel Regno dei Cieli.
 

I. Padre nostro, che sei nei Cieli.

Cristo non fa rivolgere la nostra preghiera a Lui, nel Vangelo presenta sé stesso come colui che è umile, come 'il figlio dell'uomo', in ebraico 'Ben-Adam'; 'Adam' in ebraico significa anche 'Ogni uomo'. Cristo chiede invece a noi di pregare con lui 'Nostro Padre', Padre Suo e Padre nostro, 'Abba' (Marco 14.36; Romani 8.15; Galati 4.6), essendo noi suoi fratelli e sue sorelle (Matteo 12.49-50, Marco 3.31-35, Luca 8.19-21). Egli diviene nostro fratello, spogliando se stesso, divenendo persino nostro servo (Filippesi 2.5-11); Egli umilmente e amorevolmente lava a noi i piedi, a noi che siamo indegni (Giovanni 13.3-20), ed in questo emula il sacro atto d'amore di Maria Maddalena (Matteo 26.6-13, Marco 14.3-9, Luca 7.37-50, Giovanni 12.1-8, la donna potrebbe anche non essere Maria Maddalena). Egli dice: 'Benedetto sii tu o Signore, Re dell'Universo, che ci hai dato questo vino questo pane, frutto della vite e del lavoro dell'uomo' (la preghiera dello Shabbat ebraico recitata dal padre e a cui si allude in Matteo 26.26-29, in Marco 14.22-25, in Luca 22.15-20, in 1 Corinzi 10.16-22, 11.23-26). Più avanti tragicamente dice: 'Nelle tue mani Signore affido il mio spirito' (Salmo 31.5, Luca 23.46). Queste preghiere sono preghiere ebraiche che il Signore rivolge a Dio.

Nella preghiera di Cristo, ci rivolgiamo a Dio non soltanto come Signore, Dio dell'Universo; come schiavi timorati di Dio, ma anche come suoi amati figli, come suoi figli e figlie, lo invochiamo con la parola 'Abba' (Marco 14.36; Romani 8.15; Galati 4.6), che in inglese sarebbe 'Daddy', "Babbo" in fiorentino. Ci rivolgiamo a qualcuno che amiamo e possiamo confidare che egli a sua volta ci ama. Un padre, quando un figlio, una figlia, suoi coeredi, chiedono del pane, non chiude la porta, né dà loro una pietra; quando chiedono un pesce, non dà loro una serpe (Matteo 7.10, Luca 11.11). La redazione delle Rivelazioni di Giuliana di Norwich del Westminster Cathedral/Abbey Manuscript riprende all'inizio questa bella invocazione nel suo rivolgersi al 'Nostro amabile e buon
Signore
. . .' Noi preghiamo, con le parole di Cristo, con le parole di Giuliana, preghiamo per tutti i 'Cristiani nostri pari', per noi stessi, per i nostri fratelli e le nostre sorelle (Matteo 12.46-50; Marco 3.31-35; Luca 8. 19-21); nell'amore di Dio e del prossimo (Marco 12.30-31); affinché possiamo tutti essere una cosa sola. San Cipriano ci ricorda che questa preghiera non è una preghiera per se stessi, ma per tutti noi, non 'Padre mio . . . dammi' ma 'Padre  nostro . . .  . dacci oggi il nostro pane quotidiano'. Ed ella parla poi di come questa preghiera deve essere stata recitata nella 'sala al piano superiore' durante la Pentecoste, dove la Madre di Dio assieme ad altre donne e ai discepoli pregavano.

Simone Weil, dotta filosofa franco-ebrea, nella sua interpretazione del Padre nostro, si rifà alla tradizione greca e platonica o all'ebraica. La spagnola Teresa d'Avila, invece, le cui origini erano in parte anche ebraiche, ma che non aveva avuto un'educazione formale, nei suoi seminari alle consorelle carmelitane si allontanerà da questo tema, per tornare sempre comunque alla 'Sua Maestà', a Cristo Re. Un Re di gran lunga più grande del Re di Spagna e delle Americhe. Quando tutti i libri furono tolti a Teresa d'Avila e alle sue Sorelle, ella riecheggiando Angela da Foligno disse: 'Sarà Cristo allora il libro che leggerò'. Ella dice alle sue sorelle che non importa quanto non controllato e ciarliero sia il pensiero nel parlare e nella preghiera, ciò che conta è che il Santo Spirito è presente tra il Figlio e il Padre.
 

II. Sia santificato il tuo nome.

Nella seconda invocazione del Padre nostro, proprio in quanto noi santifichiamo il Padre possiamo santificare noi stessi, perché fatti a sua immagine. Se cerchiamo di santificare noi stessi con il benessere, il potere, la stima, le ricchezze, la potenza, e l'amore, ci condanniamo al Mondo, alla Carne e al Diavolo a cui avevamo promesso di rinunciare con il Battesimo. E' il nostro nome 'Legione' come per i molti spiriti immondi che entrarono nel branco di porci e annegarono nel baratro (Luca, 8.28-31), o è il nostro nome quello di 'Cristiano', 'uno' con il Figlio, con il Padre, e con lo Spirito, a loro unito nei Cieli? Dostoevskij, riecheggiando Luca 4. 2-8, nell'episodio del 'Grande Inquisitore' ne I fratelli Karamazov descriveva il bisogno di respingere le tentazioni del diavolo. Il Norwich Castle Manuscript, vede l'Orgoglio come il peccato che brama di santificare i nostri propri nomi, che non a santificare il nome di Dio.

'Israele' nella preghiera ebraica 'del Santo Nome', che Gesù recita in Marco 12.29, significa 'Il Signore Dio nostro è l'unico Signore'; sta a significare la Shekinah, la Presenza di Dio. Non siamo riusciti a santificare il nome di Dio, la forma 'jah' in 'Hallelujah' 'Alleluia', Joshua, Isaiah, e 'el' in Israele, Ezechiele, Raffaele, Michele, significano ambedue Dio. Il nome di Gesù come 'Yeshuah' significa 'Dio salva'. Santificando il nome di Dio invochiamo su di noi la sua presenza, invochiamo il suo regno in questo mondo, perché Egli ci salvi. In questa preghiera di Giuliana noi siamo 'uno' con Dio e in Dio. 'Non il mio nome ma il tuo sia lodato', leggiamo nel Norwich Castle Manuscript. Tuttavia nel benedire e nel santificare, lo stesso Signore Gesù è anche paradossalmente benedetto e santificato. E così tutti noi.

Simone Weil, dal suo retaggio ebraico, osserva che soltanto Dio ha il potere di nominare se stesso e che quel nome è santità. Nel santificare il Suo nome noi liberiamo noi stessi, ella dice, dalla prigione dell'io. Evelyn Underhill riporta le parole di San Giovanni della Croce: 'la creazione parla a noi ma balbetta appena come un bambino che non può articolare ciò che vorrebbe dire, giacché si sforza di pronunciare l'unico Verbo, il Nome . . . di Dio'.

III. Venga il tuo Regno.

Queste parole, riecheggiando Angela da Foligno, sono così interpretate da Giuliana di Norwich: Egli è qui, l'Emmanuele, il Verbo fatto carne che abita in mezzo a noi, nella città della nostra anima; noi siamo il Suo trono". Origene, nel trattato 'Sulla preghiera', XXII.5, p. 148, così si espresse: 'preghiamo incessantemente dicendo "padre nostro che sei nei cieli", in quanto la nostra vita ha la sua cittadinanza  non sulla terra ma nei cieli che sono i troni di Dio, poiché il regno di Dio è stabilito in tutti coloro che portano in sé l'immagine del divino ea motivo di ciò sono divenuti divini'.

Nel Norwich Castle Manuscript leggiamo:

. . . iusti sedes est sapiencie. L'anima dell'uomo retto o della donna retta è la sede e la dimora eterna della sapienza, vale a dire del figlio di Dio, il dolce Gesù. Noi compiamo la sua volontà e facciamo ciò che è a lui gradito allorquando lo amiamo con tutte le nostre forze.
Il Norwich Castle Manuscript prosegue osservando che in antitesi con questa petizione è la Bramosia, a cui bisogna contrapporre la preghiera, 'Il tuo regno, non il mio'. Gli avidi vogliono il regno per se stessi.

Simone Weil parla del regno come dell'esser assetati d'acqua, come del grido che sale da tutto il nostro essere.

Fuori Settignano, tra gli ulivi, sorge un piccolo monastero, quello della Comunità dei Figli di Dio. I giovani monaci e le giovani monache, camminando come scolpite colonne grigie, si recano a messa a piedi. Sulla facciata della cappella, così che i passanti possano leggerle, sono incise queste parole:

Tutta l'immensità
l'unito che tutto trascende
lo spirito santo è:
il dono che dall'abbisso s'effonde
e penetra tutto
e di se indivisibile e uno
tutte le cose riempie
e tutte in una luce trasforma.

Nessun uomo,
nessuna creatura,
nulla nel cielo e sopra la terra
ti adora più
nessuno ti conosca o ti ammiri,
nessuno ti serva, ti ami,
illuminato dallo spirito,
battezzato dal fuoco,
chiunque tu sia:
laico, vergine, sacerdote,
tu sei trono di Dio,
sei la dimora, sei lo strumento,
sei la luce della divinità . . . .


     +++ Dal Cantico di San Sergio di Radonez, Patrono della Russia, 1314-1392
 


Sergio di Radonez, russo, fi conevo di Giuliana di Norwich. Nessuno scritto di San Sergio è giunto a noi, la cantica nel 1945 è stata rivelata in sogno a Don Divo Barsotti, C.F.D. Dal suo studio gli deriva una profonda conoscenza di Giuliana di Norwich e vede ciascuno di noi come il trono di Dio, il trono in cui il Regno di Dio prende dimora, proprio nel senso inteso da Giuliana di Norwich.

IV. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.

Questi versetti del Padre nostro riecheggiano le parole della Vergine al momento dell'Annunciazione (Luca 1.38). Riecheggiano le parole  di Cristo nel Getsemani (Luca 23.42). Riecheggiano anche le parole che Gesù pronunciò in precedenza (Matteo 12.46-502, Marco 3.31-35, Luca 8.19-21): 'Chiunque fa la volontà di Dio, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre'. Giuliana aggiunge, 'Questa è la volontà di nostro Signore, che la nostra preghiera e la nostra fede siano ugualmente grandi'. Nel Norwich Castle Manuscript questa richiesta è un rimedio contro l'Invidia; la volontà di Dio, non la mia sia fatta, nella carità, poiché Dio è amore.

Simone Weil attribuisce questo anelito al desiderio di eternità che va oltre quello del tempo: un anelito analogo al desiderio di colui che  che muore di sete, ma che deve astenersi dal soddisfarlo, se è contro la volontà di Dio. Evelyn Underhill riferisce le parole di Niccolò Cusano: 'Ho appreso che il luogo ove Tu sei svelato è circonfuso dalla coincidentia oppositorum'.

V. Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

Gesù si guadagnava il pane quotidiano con il lavoro di falegname, Pietro, Giacomo e Giovanni erano pescatori, Paolo fabbricava tende. Matteo, come esattore delle tasse, era colpevole perché deprivava gli altri del pane, ma abbandonò il banco della gabella per seguire la semplicità di Cristo.

Il Norwich Castle Manuscript afferma che non possiamo dire secondo giustizia 'il nostro pane' se conosciamo qualcun altro a cui il pane manca e non glielo diamo. Questo significa che dobbiamo lavorare per il bene comune dei Cristiani nostri pari, donando, insegnando, aiutando, e confortando. Significa che noi siamo mendicanti, parola ripresa nel più tardo Lambeth Manuscript, e di giorno in giorno chiediamo umilmente il pane a Dio, aggiungendo che coloro i quali non lavorano con il sudore della fronte, recitano questa preghiera indegnamente. Il manoscritto aggiunge che non ci dovrebbero essere interdizioni o scomuniche, dal momento che nessuno, uomo o donna che sia, dovrebbe essere separato dal corpo di Cristo, avendo Cristo dato il sacramento persino a Giuda. Bisogna, tuttavia, ammaestrare sulla necessità di ricevere il sacramento degnamente. Il manoscritto aggiunge che questa domanda è l'antidoto contro l'Accidia. La preghiera di ringraziamento latino americana è strettamente connessa a questo: 'Preghiamo che coloro ai quali manca il pane lo abbiano, e che quelli che lo hanno, abbiano fame e sete di giustizia per coloro a cui manca'. Gesù, il Norwich Castle Manuscript rimarca, disse: 'Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio' (Giovanni 4.34), legando in tal modo queste due richieste.

Evelyn Underhill cita una preghiera spagnola: 'Tu una volta nutristi i tuoi poveri abbondantemente con il pane del cielo', e in un Vangelo irlandese leggiamo: 'Dacci oggi come pane quotidiano la Parola di Dio dal Cielo'. Simone Weil afferma che Cristo è il nostro pane. E aggiunge che, così come la manna, non possiamo conservarlo. Il paradosso qui è che il Norwich Castle Manuscript, manoscritto medievale, è più marxista-cristiano di quanto non lo sia Simone Weil nel XX secolo.

Fioretta Mazzei ha osservato sulla pazienza:

Prova ad avere pazienza: anche per un pezzo di pane
ci vuole un anno di lavoro e molte mani che collaborano.
 
Antonella Somigli


VI. Rimetti  a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Nelle Scritture ebraiche alla fine di sette volte sette anni, nel quindicesimo anno, un suono di Tromba echeggerà, la Tromba del Giudizio sarà suonata, la Campana del Giubileo, e la Campana della Libertà (furono i quaccheri a fondare Filadelfia cinquanta anni prima che quella campana fosse fusa) risuoneranno, tutti i debiti saranno rimessi, sarà proclamata la libertà per tutti gli schiavi, e la terra sarà messa a maggese in un lungo Shabbat, lo Shabbat degli Shabbat: 'Proclamerete la libertà nel paese' (Levitico 25.10).

Il Norwich Castle Manuscript, parlando dello Shabbat degli Shabbat, afferma che coloro i quali sono nostri debitori sono Cristiani nostri pari. Non perdonandoli, noi siamo in debito verso Dio, poiché non compiamo la sua volontà di essere caritatevoli. Come David e Agostino dicevano, tutti noi siamo debitori verso Dio. Chi perdona sarà perdonato Colui che è adirato contro il fratello non è che 'carne, carne per i vermi', e non può ricevere la misericordia di Dio. Agostino dice: 'Presti attenzione a ciò che l'uomo fa contro di te, ma non a ciò che tu fai contro Dio, che è peggiore di ciò che è stato fatto contro di te. Giacché come può egli perdonare molto quando tu non perdonerai neppure il più piccolo debito'? (Matteo 18.21-35). Agostino dice che Dio ha dato a noi il potere e il libero arbitrio per il modo in cui saremo giudicati nel Giorno del giudizio universale. Questa richiesta è l'antidoto contro il peccato della Collera.

Oggi sappiamo che chi ha subito violenza è condannato ad usare violenza a sua volta - a meno che egli non riesca a perdonare. Solo allora può essere liberato dalla disperazione e dalla crudeltà. Il sito web Oliveleaf è dedicato proprio a questo tema, vale a dire a come accrescere in noi la capacità di perdono ed essere dunque liberi. Quando non riusciamo a perdonare e non perdoniamo, siamo per sempre in condizione di schiavitù, per sempre in debito verso coloro i quali proviamo odio. Ma quando trasformiamo l'odio in amore, diveniamo liberi. Quandoperdoniamo coloro i quali ci feriscono sconfiggiamo il loro male, sconfiggiamo il male stesso, e liberiamo sorgenti di bontà, che dalla nostra anima fluiscono nel mondo, dipanando il suo male. La vendetta semplicemente riproduce il male, lo moltiplica, ed inevitabilmente ferisce innocenti e criminali; tempeste in un bicchier d'acqua crescono sino a divenire una guerra mondiale, la terribile semina e il raccolto di difese anticarro. I Sandinisti in Nicaragua, la cui giunta rivoluzionaria annoverava un prete poeta aveva come suo vessillo di pace: 'Il perdono è la nostra vendetta'. Questa bandiera dispiegata nei loro centri era un monito inteso a rieducare i loro torturatori del passato, i Somozisti. Desmond Tutu e Nelson Mandela furono consapevoli della necessità in Sud Africa dell'ascolto della Verità e della Giustizia, prestando orecchio alle parole delle due parti coinvolte nella storia del loro paese.

Simone Weil sottolinea che ogni cosa che possediamo è un debito, che dobbiamo anche gratitudine per qualsiasi bene possiamo aver ricevuto, così come meritiamo riparazione per ogni torto che pensiamo di aver subito. Dobbiamo rinunciare alla rivendicazione del passato sul futuro. La remissione dei debiti è povertà spirituale, nudità, morte - ritorno alla vita. Evelyn Underhill osserva che Santa Teresa diceva che i santi si rallegrano per le offese, nel perdonare avevano qualcosa da offrire a Dio. Amo il commento della mia Madre fondatrice Agnes Mason: 'i Rabbini dicono che il settimo giorno Dio fece l'uomo e potè allora riposare, avendo creato con lui qualcuno a cui poter perdonare i peccati'.

VII. E non ci indurre in tentazione.

Il Norwich Castle Manuscript afferma: 'Benedetto è colui che è provato, giacché egli vincerà la corona della vita', e propone questo come antidoto contro l'avidità. Non ci indurre in tentazione, ad esempio, la tentazione del Diavolo a Cristo che Egli trasformi le pietre in pane.
 

Ma liberaci dal male.

In Francia dove questa preghiera è cantata durante la messa essa termina con la parola 'male', con una nota alta, trasformando il male in bellezza assoluta. Le persone nella congregazione cantano la preghiera nella positura degli orans dei primi cristiani, con le mani alzate e stese, come nell'alternarsi delle mani di Dio nell'atto di benedire e delle mani inchiodate sulla croce. Il Norwich Castle Manuscript dice del 'Libera nos a malo', al foglio 78, che un uomo devoto e una donna santa recitano il Pater Noster e il Credo non solo per se stessi ma per tutta la Santa Chiesa. Il Manoscritto presenta questo come antidoto contro il peccato mortale della Lussuria, rimarcando che questa domanda, che Dio ci liberi dal male, è una supplica per la libertà della nostra anima, per essere liberati dalla schiavitù. Santificando il nome di Dio, attraverso la castità, il male del Venerdì Santo si trasforma nella resurrezione della domenica di Pasqua.

Quando ho parlato del Padre nostro tradotto in lingua inglese, pur desiderando mantenere molte delle parole scelte, ho implorato che questo versetto fosse mutato da 'But deliver us' in 'But free us' 'Ma liberaci dal male', usando dunque una parola anglo-sassone nello stile di Giuliana, che non una parola derivata dal latino, la lingua dell'impero. In inglese conserviamo la bella forma arcaica 'hallowed'. Il Padre nostro, come l'Esodo e il segno del Tau fatto col sangue, può liberarci dal peccato e dalla morte, poiché esso e noi cerchiamo questa santificazione.

Ho provato ad insegnare a una giovane madre rom rumena, di nome Hedera, a leggere e a scrivere. La sua famiglia era troppo povera per poter dare un'istruzione alle figlie (è stato possibile soltanto per i figli maschi) e dunque Hedera non ha mai frequentato la scuola. Memore della tradizione medievale e rinascimentale di insegnare ai bambini, le ho fatto ricopiare - e lei pregava leggendo dalla copia - il Padre nostro in italiano, visto che tutte e due siamo in Italia. Lei è rumena ortodossa, e sovente canta l' 'Alleluia' come ninnananna al suo bambino, che io ho battezzato. Il suo popolo, popolo di cristiani, è stato tenuto in schiavitù nella propria terra per secoli dagli stessi cristiani. Hedera chiede l'elemosina per le strade di Firenze, e provvedere così al sostentamento della sua famiglia in Romania. Mendica per il loro pane quotidiano. La famiglia è composta da sette persone, le è però stato detto che non può chiedere l'elemosina all'entrata delle chiese. Le persone sole e alcoliste possono invece farlo. Questo è il modo in cui ha ricopiato il Padre nostro per la prima volta:

Simone Weil osserva che 'Il padre nostro' inizia con la parola 'Padre', e termina con la parola 'male', passando dalla fiducia al timore. Ella nota anche come ciascuna domanda è intrecciata alle altre. E conclude osservando:

    Il Padre nostro è il compendio di tutte le possibili domande; non possiamo pensare a nessun altra preghiera che non sia contenuta in esso: è per la preghiera ciò che Cristo è per l'umanità. E' impossibile recitarlo una sola volta tutto, prestando la più piena attenzione ad ogni singola parola, senza che produca nell'anima un cambiamento, forse infinitesimale ma reale.
O, si potrebbe aggiungere, è impossibile recitarlo senza che porti frutto nel mondo, nuovamente glorificando la Creazione.

La immaginiamo guadagnarsi il suo pane quotidiano raccogliendo l'uva nel sud della Francia, e la immaginiamo recitare questa preghiera nel greco del Vangelo, anche se vorremmo udirla recitare questa preghiera in ebraico, la sua lingua. Nella sua fuga dal Nazismo si rifugiò a Londra dove muore di anoressia. Un'altra giovane ebrea, filosofa, non francese ma di origine tedesca, che scrisse su Pseudo Dionigi, divenne una contemplativa, una carmelitana come Teresa d'Avila, morendo durante la guerra in un campo di concentramento. Il suo nome è Edith Stein. Ambedue furono fisicamente distrutte dal male, e scrissero testi su Dio, per essere capaci di sconfiggere il male. Queste donne, sorelle di Cristo, la prima al di fuori della Chiesa, morendo non battezzata, la seconda, monaca Carmelitana e, oggi, santa, immaginano Cristo che ci insegna a pregare il Padre nostro, Abba, Padre!
 

Alan Oldfield, Rivelazioni dell'Amore divino, 1987.
St Gabriel's Chapel, All Hallows Convent, Ditchingham
Foto, Sister Pamela, C.A.H., per gentile concessione dei 'Friends of Julian'

 

Bibliografia

The Authorised Daily Prayer Book of the United Hebrew Congregations of the British Empire. London: Eyre and Spottiswoode, 5673-1913.
The Greek New Testament. Ed. Kurt Aland, Matthew Black, Carlo M. Martini, Bruce M. Metzger, Allen Wikgren. Stuttgart: United Bible Societies, 1983.
The New Oxford Annotated Bible with the Apocryphal/Deuterocanonical Books. Ed. Bruce M. Metzger, Roland E. Murphy. New York: Oxford University Press, 1989.
Norwich Castle Museum Manuscript 158.926/4g.5.
Origen. On Prayer. Ed. Eric Jay. London: S.P.C.K., 1954.
Stein, Edith. 'The Knowledge of God'. In Writings of Edith Stein. Ed & trans. Hilda Graef. London: Peter Owen, 1956. Pp. 61-95.
Teresa of Avila. Pater Noster . Extract from The Way of Perfection. ICS, 1982.
Underhill, Evelyn. The Fruits of the Spirit/ Light of Christ: With a Memoir by Lucy Menzies/ Abba: Meditations Based on the Lord's Prayer. London: Longman's, 1956.
Weil, Simone. 'Concerning the Our Father'. The Simone Weil Reader. Ed. George A. Panichas. New York: David McKay, 1977. Pp. 492-100.

With especial thanks to Kate Lindeman in America who reminds me that St Teresa of Avila had also written on the Lord's Prayer and to Sister Anna Maria Reynolds, C.P., of Kilcullen, Ireland, who then gave me a copy of the treatise.

Traduzione di AD, Firenze, 2003


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