JULIAN OF NORWICH, HER SHOWING OF LOVE AND ITS CONTEXTS ©1997-2017 JULIA BOLTON HOLLOWAY  || JULIAN OF NORWICH  || SHOWING OF LOVE || HER TEXTS || HER SELF || ABOUT HER TEXTS || BEFORE JULIAN || HER CONTEMPORARIES || AFTER JULIAN || JULIAN IN OUR TIME ||  ST BIRGITTA OF SWEDEN  ||  BIBLE AND WOMEN || EQUALLY IN GOD'S IMAGE  || MIRROR OF SAINTS || BENEDICTINISM|| THE CLOISTER || ITS SCRIPTORIUM  || AMHERST MANUSCRIPT || PRAYER|| CATALOGUE AND PORTFOLIO (HANDCRAFTS, BOOKS ) || BOOK REVIEWS || BIBLIOGRAPHY || Cloister Webmaster Rev. Matthew Naumes 1997/2015


LA RICHEZZA DELLA POVERTA'

CARMELITANA




Premessa

Questo lavoro è il frutto di incontri comunitari, in cui ci siamo confrontate sugli spunti offerti dal fascicolo Grandi muraglie quelle della povertà (Progetto di riflessione teologico - spirituale delle Monache Carmelitane Scalze, n° IV), per una revisione di vita sul voto di povertà. Ci siamo fatte aiutare in questo percorso dal Prof. Chiavacci don Enrico, esperto ed ex-insegnante di Morale Sociale presso la Facoltà Teologica dell’Italia centrale di Firenze, che ha condiviso con noi la sua grande esperienza di studio e di formazione in due conferenze sul tema della povertà nella Sacra Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero, e sulla attuale situazione mondiale circa la povertà e lo sviluppo.

 

i. CHIAMATE AD essere povere

S. Teresa ha voluto osservare la Regola nel suo rigore, ma a riguardo della povertà la Regola ha una insolita elasticità, che non è rilassamento, ma attenzione ai bisogni dei singoli, nel quadro comune del carisma di tutti. La povertà indicata dalla Regola è motivata da una ragione escatologica, cioè dalla speranza di possedere i beni celesti, cominciando a concretizzarli nell’oggi che viviamo. L’immagine proposta dalla Regola è quella della prima comunità cristiana che aveva tutto in comune e in cui nessuno doveva essere povero, perché in realtà tutti si prendevano cura gli uni degli altri (cfr At 2, 44-45). Questa attenzione alla persona è importantissima per non vivere la povertà in modo rigido, ma con soavità secondo lo stile intuito dalla S. Madre, lasciando un certo spazio per la diversità, per le necessità personali, soprattutto delle sorelle inferme. Teresa ha fatto un percorso nella sua esperienza di povertà, sempre partendo dalla contemplazione della  povertà di Cristo ed è  sempre stata  realista ed elastica nelle scelte per le sue fondazioni, in campo di rendite e povertà.

Durante la fondazione del monastero di S. Giuseppe si preoccupa se le sorelle che avessero abitato con lei sarebbero state contente di vivere la povertà come lei la intuiva. Questo tratto così umano della nostra S. Madre ci insegna che è spirito di povertà decidere insieme, confrontarsi sulle scelte da fare, perché oggi il carisma è un bene di tutte, nessuna può appropriarsene. Certamente la S. Madre si preoccupa di una certa austerità e sobrietà nelle cose esteriori (monastero, vesti, cella) , ma è ben più preoccupata che le sue figlie siano povere nei pensieri (Cammino di Perfezione 2, 7-8), che per noi significa andare all’essenziale delle questioni e delle scelte, senza perdersi in mille piccinerie. La carmelitana scalza deve sapere di essere ricca perché possiede Dio, e crescendo in questa consapevolezza vive nella libertà interiore da tutte le cose. Un esempio di questa semplicità ce la dà S. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo che si lasciava prendere dalla sorelle il tempo e le buone idee, le proprie cose (Msn C). Anche per S. Giovanni della Croce lo spirito di povertà è assimilabile alla tanto anelata libertà interiore. La povertà diventa una necessità, per seguire Gesù povero, per concentrarsi in Lui  e non disperdersi  nelle cose. Se Dio non ci manca, anche se ci viene tolto qualcosa non saremo né depresse né deluse perché sentiremo la necessità solo delle cose alle quali avremo voluto assoggettare il nostro cuore. Rompendo il guscio del nostro egoismo, della nostra sicurezza, ci ritroveremo ricche di ogni cosa, anche delle virtù che non sappiamo esercitare!

La S. Madre aveva un desiderio concreto di povertà e si è sempre abbandonata da povera nelle braccia provvidenti di Dio Padre. Non voleva che vivessimo preoccupate per le cose materiali (Cammino di Perfezione 2, 1), consapevole che soltanto i poveri sono benedetti dal Signore con il grande dono della gioia. Vivere concretamente la povertà ci dispone all’umiltà di spirito, a ricevere da Dio, e all’abbandono a Lui nell’orazione; essere poveri ci allena a “dipendere” da Dio e dagli altri, fortificandoci nello spirito di riconoscenza. In questo ci è ancora maestra il “piccolo dottore del Carmelo” che ha capito che il fine della povertà è la piena fiducia in Dio in ogni occasione o prova.

Troviamo nella frase della S. Madre : Tenete gli occhi sul vostro Sposo (Cammino di Perfezione 2,1; 26, 3), il criterio profondo di ogni scelta concreta di povertà ed ancor più per lasciarci spogliare nel cuore dalle nostre presunte ricchezze spirituali, per lasciarci trasformare in Gesù stesso perché Lui si è fatto povero perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8, 9). La nostra vocazione ad essere povere è innanzi tutto esigenza, perché siamo creature ontologicamente povere, dipendenti in tutto dal Dio Trinità che ci ha creato. Non solo dipendiamo da Dio, ma dagli altri  e dall’ambiente. Essere povere significa fare la volontà di Dio momento per momento, aderendo alla  sua forza creatrice che agisce in noi, attraverso tutto e tutti. Vivendo da povere abbiamo la possibilità concreta di crescere, perché abbracciando la realtà che ci viene offerta, l’oggi della salvezza, cresciamo nella nostra vocazione di figlie di Dio, libere per amare. La piccola via di Teresina, che ci insegna ad accettare i nostri limiti, le nostre concrete povertà umane e quelle degli altri, è un’occasione eccezionale di crescita: siamo i poveri di Dio che si affidano a Lui per essere trasformati in figli, giorno dopo giorno, attraverso l’esperienza di non potere fare nulla senza  Dio. E’ la povertà di Cristo che ci  trasforma per il mistero dell’Incarnazione, quindi una  misura della povertà non esiste a livello concreto, deve essere sempre totalizzante, ma rispettando la natura, le doti, i talenti di ciascuno. Come lo Spirito è stato colui per mezzo del quale il Verbo si è incarnato nel grembo di Maria, così è lo Spirito che ci fa poveri, come ha fatto povero il Verbo; lo Spirito che è fonte di comunione e della nostra santità, non ci fa povere individualmente, ma insieme. La santità comunitaria sarà l’apice della testimonianza della povertà nella comunità carmelitana.

Motore, fine, dinamica del voto di povertà resta l’amore, entrare cioè nell’ottica del decentrarsi perché l’ostacolo più grande alla povertà è quello di non vedere altro che se stessi  e le proprie cose. Cristo in noi ci dispone a lasciarci spogliare delle nostre ricchezze, schemi, diversità di vedute, stili. E’ la sua presenza in noi che ispira le scelte concrete e quotidiane.

 

II. La nostra risposta al grido dei poveri di oggi

Le persone, anche ricche materialmente, sono spesso povere di Dio e perciò rinchiuse in una solitudine a volte disperata. Noi ci sentiamo, per grazia, “ricche di Dio”, della sua Parola, dei Sacramenti, di tanti mezzi per aiutarci nella preghiera, ma ci chiediamo se siamo coerenti con la responsabilità che ci è affidata: Dio si dona  a noi, perché noi lo doniamo ai fratelli. Di fronte alla povertà di speranza che invade il nostro mondo occidentale, noi abbiamo scelto di rispondere con una vita di preghiera, che può cambiare il corso della storia e avviare cammini di riconciliazione  e giustizia tra i popoli.  La nostra solidarietà con chi è “senza Dio” si traduce in un cammino di consapevolezza della nostra stessa povertà, della incapacità a credere veramente con la vita. Questa via è stata quella che lo Spirito ha fatto percorrere alla nostra sorella Teresa di Gesù Bambino ed è additata a tutti come via regale per vivere il vangelo. La nostra comunione abbraccerà prima di tutto le nostre sorelle, che come noi sperimentano la “povertà e la fatica della fede”.

La povertà più grande di oggi è di avere perso di vista L’importanza delle relazioni umane e della persona nelle sua fondamentale unicità. Quanti sono poveri materialmente sono spesso più felici di noi, se conservano relazioni più vere e fraterne, meno frettolose e superficiali. Noi ci sentiamo chiamate come comunità contemplativa e fraterna a ritrovare e a mettere al primo posto queste dimensioni, per esempio vivendo il  mistero del tempo come dono che non ci appartiene. Anche noi ci sentiamo povere di tempo, ma lo vediamo moltiplicarsi se lo usiamo per coltivare relazioni fondate sulla verità: ascoltare e accogliere le sorelle senza ansia e in gratuità. Molti potranno godere di questo buon uso del tempo in vista della carità, anche coloro che chiedono accoglienza nei nostri parlatori.

La qualità delle nostre relazioni in monastero deve diventare per noi il criterio di discernimento circa l’utilizzo e il possesso di beni che a prima vista potrebbero apparire persino superflui. Ciò che favorisce un risparmio di tempo e un andamento sereno della vita comune, favorirà la comunione tra le sorelle, che è la prima testimonianza che il mondo ci chiede. Un nuovo rapporto con le cose potrà scaturire soltanto da un rinnovato rapporto di carità tra le persone.

 

iii. Atteggiamenti del cuore povero

“Noi fin d’ora siamo figli di Dio” dice S. Giovanni (1Gv 3, 1-2), ma questa verità non esclude che in tutti si deve compiere storicamente l’evento della Pasqua del Signore Gesù; il nostro essere figli è un dato dinamico, che deve crescere, che si sviluppa attraverso le scelte che facciamo. Non basta prendere consapevolezza della nostra essenziale ed esistenziale povertà, in quanto siamo creature imperfette, limitate, fragili, sconosciute perfino a noi stessi, ma occorre vivere in questa povertà, accogliendo in noi i pensieri che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5) , per essere veramente figli e fratelli tra noi. Abbiamo perciò messo in evidenza alcuni atteggiamenti che ci sembrano coerenti con il pensiero di Cristo, o meglio, che possono sgorgare da un cuore dove Lui può rimanere, pensare ed  agire.

Un cuore povero va all’essenziale della realtà, non attaccandosi alle cose che passano, a ciò che non è importante, per aderire a Dio con tutto il proprio essere. Il povero non spreca forze ed energie, né tanto meno amore per cose di poca importanza, impegnandosi a non rendere vana la grazia del Signore che ci è data perché tutti i fratelli siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (2 Tm 2,4), per rompere le catene inique e liberare gli oppressi (Is 58, 6) .

Il cuore che contempla la povertà di Gesù diventa povero di sé e accogliente, capace di donare l’amore che riceve gratuitamente da Dio. Questo cuore, afferrato dalla povertà di Cristo, è un cuore umile, che accetta la propria povertà e impotenza a fare il bene, a progredire nella virtù; non la nasconde, non la camuffa, e di conseguenza sa custodire nell’amore e nella pazienza le debolezze degli altri, così come saprà farne emergere i lati positivi.

Il povero di spirito si lascia impoverire, lottando contro i propri occulti desideri di potere, non  creando per sé dei piccoli o grandi monopoli personali dove nessuna può interferire, ma cercando sempre di mettere il bene delle sorelle. Questa povertà di spirito consiste anche nel non preoccuparsi troppo se ci vengono a mancare stima, riconoscimento e affetto, perché sappiamo di possedere il Regno dei Cieli, in Cristo Gesù (cfr. Mt 5,3). La nostra S. Madre ci esorta  a questa semplicità di cuore dicendoci che i poveri non sono onorati (Cammino di Perfezione 2,6).

Nello stesso tempo il cuore povero è un cuore gioioso e gratuito: nell’episodio del giovane ricco si nota che questi se ne va triste perché e rimasto impigliato nella sua ricchezza spirituale e materiale (cfr. Mt 19, 16; Lc 10, 25-28).

Un cuore consapevole della propria povertà sarà anche un cuore obbediente alla storia che è chiamato a vivere, senza subirla, non cercando altro che di restare nella piena dipendenza da Dio Padre, sotto il suo sguardo e il suo giudizio e non dipendendo dalla stima degli altri. Un cuore obbediente è anche un cuore disponibile alle sorprese della vita, a cambiare ufficio, a sottomettersi con serenità alle rinunce della vita comunitaria. Disponibilità è anche dipendere con amabilità dalla Priora o dalla sorella incaricata per le cose che ci sono date in uso nel monastero e che non ci appartengono.

Un ultimo atteggiamento di povertà è accogliere le diversità senza giudicare, perché in fedeltà alla propria storia ognuna è chiamata ad essere povera in un modo particolare, pur partecipando tutte di un unico carisma. A volte una sorella può cogliere un aspetto della povertà che un’altra non vede ed abbiamo l’opportunità di arricchirci della sua intuizione interiore soltanto se la si guarda con occhi benevoli, stimandola e rispettandola. La povertà è una conseguenza dell’amore e perciò non ha schemi rigidi, vibra al soffio dello Spirito  e non all’imposizione della legge.

 

IV. “SE ABBIAMO E’ PER DARE”

Quando si affronta una revisione di vita sul voto di povertà ci si trova sempre a spostarsi dal piano materiale a quello spirituale con una grandissima facilità, e a seconda del temperamento di ciascuna, della formazione ricevuta, della sensibilità si è più portati a sottolineare un aspetto piuttosto che un altro. Innanzi tutto abbiamo constatato di essere molto più ricche di tantissimi poveri… e che potremmo fare più sinceramente il “voto di classe media” che di povertà (cfr A. GUERRA “Hago voto de clase media. En torno a la pobreza religiosa”, in Revista de Espiritualidad 47 (1988) 295-326). Eppure desideriamo veramente essere povere secondo lo spirito del vangelo, pur trovandoci ad avere molte cose, e a volte anche il superfluo. Facciamo esperienza che il voto di povertà abbraccia tutta la realtà interiore ed esteriore. Non nascondiamo le difficoltà che incontriamo nell’armonizzare le visioni differenti che ciascuna ha del voto di povertà, che ci derivano da mentalità diverse, più che da uno scarto generazionale, ma vorremmo vivere la diversità come ricchezza, sapendo che un appiattimento della comunità in un unico modello uguale per tutte sarebbe un impoverimento che non ci sembra evangelico.

Dal dialogo fraterno sono scaturite delle linee comuni a tutte (pur inevitabilmente vissute in modo diverso da ciascuna) per vivere comunitariamente il voto di povertà. Le abbiamo sintetizzate in alcuni parole-chiave, che si traducono in  gesti concreti e feriali.

 

1. Ringraziare

Innanzi tutto ringraziare sempre, anche concretamente, per ciò che ogni giorno riceviamo dalle sorelle e dalla Provvidenza, senza dare mai nulla per scontato. Questo atteggiamento si traduce in un’attenzione a tenere con cura ciò che riceviamo e non ci appartiene: “ci è dato in uso”; ci induce  a non sprecare le cose e a non indulgere troppo sui nostri gusti. Ringraziare significa anche accontentarci di ciò che ci viene dato senza pretendere di più, e nel caso ci occorresse qualcosa dicendo umilmente ciò di cui si ha realmente bisogno. La gratitudine è l’arma più potente contro la tentazione di lamentarsi continuamente di tutto e di tutte e contro quello spirito di possesso che si insinua spesso nella nostra vita, per cui facciamo fatica a donare alle sorelle con cuore libero, a dare la tunica (fino a restare spogliati…) qualora qualcuna ci chiedesse il mantello (cfr. Lc 6,29).

La gratitudine che dobbiamo ai nostri benefattori non deve mai dare l’idea che manchiamo di qualcosa, perché inevitabilmente sarebbe un modo sottile di chiedere fuori ciò che ci manca. Spesso chi ci porta la provvidenza è più povero di noi: dobbiamo accettare con semplicità la loro carità, perché per tanti è una gioia fare qualcosa per noi - c’è più gioia nel dare che nel ricevere dice il Signore (At 20,35) -  ma senza mai approfittarsene. Questo anche verso le nostre famiglie.

 

2. Condividere

Vivere per gli altri e con gli altri qualsiasi ricchezza la Provvidenza mette nelle nostre mani, è la legge evangelica per eccellenza, e gli altri sono il mondo intero (Gaudium et Spes 77), che trova volto in chi il Signore pone sulla nostra strada. I gesti di condivisione che fraternamente siamo chiamate  a  fare sono prima di tutto gesti concreti: la Provvidenza deve sempre trovare la porta  aperta, per arrivare ma anche per partire, perché “nostro” è soltanto ciò di cui abbiamo bisogno e il resto è dei poveri. In questo dare non vediamo un gesto di carità, ma di giustizia, secondo la concezione che ne avevano i Padri della Chiesa.

Ma la condivisione non si ferma qui: per noi è un gesto di povertà anche condividere la ricchezza della nostra spiritualità nella nostra Chiesa locale quando se ne presenta l’opportunità: in parlatorio, con incontri  di preghiera aperti  a tutti, accogliendo le persone a pregare con noi la Liturgia delle Ore, alla Celebrazione Eucaristica ecc… Infine come povere, che non hanno nulla da tenere per se stesse o da difendere, ci stiamo inoltrando in un cammino di condivisione fraterna comunitaria in cui ciascuna può, a tempo dovuto, condividere con le altre la propria storia, il proprio vissuto, le gioie e le difficoltà che incontra, alla luce della Parola di Dio. Questo atteggiamento di verità desideriamo viverlo tra di noi, ma anche con la gente di fuori, che spesso ci sopravvaluta e ci esalta, non vedendoci concretamente nella nostra realtà di vita, ma soltanto alla luce del ministero di intercessione che ci è affidato. Proprio da questi ci sentiamo richiamate a una sincera coerenza evangelica.

 

3. Lavorare

E’ un precetto della Regola che la S. Madre ha raccomandato alle sue figlie. Il lavoro è un sano mezzo di equilibrio e di esercizio concreto di povertà, perché ci rende solidali con i poveri, che devono lavorare per avere di che mangiare; inoltre il lavoro, se vissuto con libertà di spirito, senza ansie  e preoccupazioni, ci dilata il cuore ad accogliere ordinariamente la Presenza di Dio. Il lavoro è uno strumento di relazione tra noi e con quelli di fuori, e deve essere serio, sereno, senza perdite di tempo, professionale e curato. Non dobbiamo aver paura dell’impegno perché il lavoro poterebbe essere troppo coinvolgente e nuocere così alla nostra vita di orazione, ma ricercare costantemente un vero equilibrio per la nostra vita di orazione e la fedeltà agli atti comuni e alla lettura spirituale. Non eviteremo perciò il lavoro fatto per terzi, retribuito, che è doveroso quando si hanno le forze e le capacità per farlo, anche per condividerne il ricavato con i poveri.

 

4. Accogliere

Che significa per noi vivere “l’opzione preferenziale per i poveri” oggi nel nostro contesto storico e alla luce del nostro carisma? Innanzi tutto ci sentiamo invitate all’accoglienza di quanti il Signore fa giungere per vie diverse al nostro monastero (attraverso il parlatorio, la corrispondenza e il telefono). Desideriamo essere accoglienti con tutti, senza pregiudizi, verso i benefattori, che ci provvedono di beni materiali e spirituali, ma anche e soprattutto verso chi viene a chiedere ascolto, preghiera, conforto, condivisione, un aiuto materiale o un servizio ecclesiale. Questi “poveri” spesso ci scomodano, e ci chiedono di farci carico dei loro pesi come vere sorelle. Ci provocano, perché anche se per il nostro stile di vita le relazioni con l’esterno potrebbero nascondere una sottile gratificazione, sono comunque uno stimolo e una cartina di tornasole dell’accoglienza e dell’ascolto che abbiamo delle nostre sorelle, e della verità del nostro essere al Carmelo per gli altri. Nel nostro mondo c’è povertà di testimonianza cristiana e spesso vengono a chiedere  a noi tale testimonianza (per esempio gruppi parrocchiali o classi scolastiche) che non dobbiamo far loro mancare, pur restando la preghiera il nostro primo impegno a servizio della Chiesa. I poveri ci “chiamano”, come fu per Gesù, e il loro grido lo percepiamo fortemente nella nostra vita quotidiana, e dobbiamo rispondere in modo concreto, secondo il nostro stile di vita, perché spesso noi ci ritroviamo ad essere molto ricche, in tutti i sensi, rispetto alle nuove povertà di oggi; avendo fatto il voto di povertà siamo invitate dal Signore a farci povere per arricchire i fratelli. Sentiamo che accogliere è un atteggiamento di povertà perché noi per prime riceviamo tutto da Dio Trinità, siamo povertà-accoglienza per poi donare a nostra volta, inserite nel mistero del Figlio, prima di tutto alle nostre sorelle e poi a tutti i fratelli che il Signore ci affida.

 

5. Responsabilizzarsi

Ogni nostra scelta, anche piccola, condiziona immancabilmente gli altri, per questo dietro ogni scelta deve esserci un discernimento: io posso aumentare la povertà nel mondo o diminuirla. Dal dialogo fraterno è emerso il desiderio di porre in atto alcune scelte per disunire la povertà nel mondo. È una piccola goccia nel mare, ma è ciò che possiamo concretamente fare oggi:

· scegliere come banca di riferimento per la comunità anche la Banca Etica, in modo da poter scegliere che il nostro denaro, affidato a questa banca, venga investito in progetti umanitari e non nella compra-vendita di armamenti o per aumentare la ricchezza di pochi a sfavore di tanti;

· impegnarci a preferire i prodotti del mercato equo - solidale a quelli delle multinazionali che affamano i paesi del Terzo Mondo;

· fare con più attenzione la raccolta differenziata di rifiuti per collaborare alla salvaguardia della natura;

· tenere presente, per le scelte future, la possibilità dell’utilizzo di fonti energetiche alternative che sono meno inquinanti di quelle che abbiamo oggi;

· avere in tutto il criterio di risparmio di una famiglia di reddito medio, per non approfittarci della carità che ci viene continuamente fatta.  

 

6. Informarsi

La Chiesa da sempre, ma in modo particolare all’inizio del nuovo millennio segnato dalla globalizzazione, in cui l’informazione è molto più accessibile e veloce anche se spesso resta molto manipolata, ha richiamato i cristiani a una maggiore partecipazione ed attenzione ai problemi della povertà mondiale (Tertio Millennio Ineunte 14), affinché questo sguardo si traduca in gesti di conversione per far crescere la giustizia e la solidarietà tra le persone e i popoli. Come contemplative ci sentiamo fortemente richiamate a questo atteggiamento del cuore, prima ancora che alla sua realizzazione pratica, che ciascuna può attuare con i mezzi che sono messi a nostra disposizione in monastero (soprattutto giornali, riviste, internet e il quotidiano, che in momenti storici particolari può essere più di uno, di diverse tendenze politiche, per favorire un’informazione più oggettiva). L’informazione ci aiuterà a fare scelte consapevoli in campo politico e civile per dare il nostro contributo, ciascuna secondo la propria coscienza, per la costruzione di una società più giusta e fraterna.

Un mezzo che riteniamo importante e che è motivo di crescita e di confronto per tutta la comunità sono gli incontri e i contatti con i missionari ed anche con le persone che prestano un servizio di carità in situazioni di povertà e disagio nel “Primo mondo”… il nostro. Questi confronti ci aiutano ad essere realiste, e a non vedere il mondo fuori di clausura con troppi pregiudizi negativi, o con schemi ormai sorpassati, o in modo eccessivamente ottimista e superficiale.

Conoscere le cause della povertà sociale è importante per poterci “identificare” con i poveri, come ha fatto Gesù, ma realmente, portandoli sinceramente nella preghiera perché si è prima cercato di conoscerli, di capirli, e poi, valutando se sia possibile intervenire anche con un aiuto materiale, facendo ciò che è in nostro potere. Per amare occorre conoscere.


Carmelitane Scalze
Monastero “Regina Carmeli”
Via Borelli, 722
55100 Monte S. Quirico – Lucca

 

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